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Prometeo, dal mito al disegno

Anni fa fui invitato a partecipare a un progetto espositivo a cura di Romina Guidelli, che coinvolgeva me e altri quattro partecipanti: Matteo Giovannone (ideatore del progetto) e gli artisti Pierpaolo Limongelli, Gianmarco Savioli e Milena Scardigno. L’evento si svolse presso Extra Art Gallery Cafè, una piccola associazione culturale di Roma. Il titolo della mostra era “CAOF: Contributo Acceso Opere Fraintese”. Ognuno dei partecipanti fu invitato a realizzare cinque opere sul mito di Prometeo.
La figura di questo tormentato Titano, è stata immaginata e concretizzata in una serie di cinque disegni dopo una lunga analisi del mito. Infatti, come accade ogni volta che mi si prospetta un nuovo tema, mi documentai accuratamente per scorgere quei punti di contatto in grado di ispirare un’interpretazione che potesse essere coerente con il contesto storico odierno. Credo che il punto di inizio che rende interessante qualsiasi progetto sia uno studio approfondito che permetta di lasciarsi mettere in discussione, cercare dove si può apportare un vero contributo attraverso il quale raccontare qualcosa di nuovo. L’arte in fondo non serve anche a questo: cercare di proporre prospettive inaspettate, o almeno provarci?

Cristiano Quagliozzi “Prometeo - Creazione dell'uomo”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 42 x 30. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo – Creazione dell’uomo”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 42 x 30

Visualizzai immediatamente Prometeo, come la rappresentazione del punto di distacco dell’essere umano dalla sua condizione animale, attraverso la presa di coscienza di sé. L’autoconsapevolezza attraverso cui gli umani si emancipano dal dominio totalizzante alla natura, li costringe proprio per questo a una diversa condizione di subordinazione agli eventi. Ho scorto che l’intelligenza, in questo mito, non è intesa come condizione di libertà, ma come mezzo necessario alla sopravvivenza.
Interessante, nel mito del titano Prometeo (derivazione dal nome “colui che pensa prima”…di agire), è che esso si pone sempre come punto di contatto tra gli stadi più determinanti del racconto mitico come personaggio chiave, così come nella guerra tra gli dei e titani, aiutò Zeus a vincere, divenendo amico degli dei, i quali per ringraziarlo del suo aiuto, gli diedero l’onore di plasmare le creature viventi – quindi mortali – con acqua e fango, dandogli vita con il fuoco sacro.
Gli dei affidarono a Prometeo le qualità da conferire agli esseri viventi, il quale fu assistito dal fratello Epimeteo (tradotto: colui che agisce sbadatamente prima di riflettere) per assolvere questo compito. Quest’ultimo distribuì, con troppa generosità, agli animali difese naturali e attributi che facilitano la capacità di ambientarsi e di procurarsi il cibo, lasciando per ultimi gli esseri umani, una volta giunto ai quali, non ebbe più alcuna risorsa.
Quello che trovo interessante è come il mito greco veda l’evoluzione dell’essere umano come una svista, da parte di una divinità sbadata, con pieghe quasi umoristiche. In suo aiuto è già indispensabile che ci sia un’entità esterna che commetta una frode, qualcosa che vada contro le regole.
La leggenda narra infatti che fu Prometeo stesso a prendersi la responsabilità di questa infrazione, rivelandosi da subito un vero e proprio paladino del genere umano: essendo spinto dalla pietà per gli uomini a risolvere questo grave problema che non gli avrebbe garantito alcuna possibilità di sopravvivenza, rubò ad Atena (dea greca della sapienza, delle arti liberali e militari) lo scrigno dell’intelligenza e della tecnica, perché gli umani potessero riuscire a difendersi e perdurare, divenendo così loro intermediario e protettore.
Zeus non vide di buon occhio che l’essere umano acquisisse tali capacità e, come ci si può immaginare, a questo punto, cominciarono i guai di Prometeo.

Prometeo, la creazione dell’uomo

Michelangelo_Buonarroti.-scimmia-schiavo-morente
Michelangelo Buonarroti “Schiavo morente” (particolare)
Schiavo morente Michelangelo con scimmia abbozzata
Michelangelo Buonarroti “Schiavo morente”

Nel disegno “Prometeo, creazione dell’uomo” (il primo in alto) mi è piaciuto simbolizzare la “condizione umana” in una specie di bambolotto, posto in basso, al centro della composizione. È un artefatto che emula la condizione infantile, che cerca di sembrare qualcos’altro dietro cui nascondersi, appunto una maschera, anch’essa un oggetto che simula un volto umano. Questa condizione di autorappresentazione allontana l’essere umano dalla sua natura, dunque all’ordine naturale dell’evoluzione, è una scimmia infatti a fare da base a una delle due estremità dell’arco in cui è organizzata la composizione. Questa idea mi è stata ispirata da una scultura di Michelangelo Buonarroti, che ho avuto modo di ammirare al Louvre diversi anni fa, lo “schiavo morente” (al lato).
Questo misterioso particolare della scultura di Michelangelo è emblematico della condizione umana e all’eterna domanda sulla questione della libertà.
In questo disegno che interpreta la creazione dell’uomo, ho voluto che la composizione principale contenesse in se, quasi come una frase, un mio flusso libero di pensieri. La scimmia fa da base a una figura maschile nella cui testa è contenuto il fuoco celeste, quella scintilla divina che rende gli umani “superiori” agli animali e dominatore della natura. Sulla calotta cranica fa capolino un ramo che si articola dalla figura antistante, una sorta di albero che assume forme di donna, da cui non nascono solo foglie e frutti, ma anche numeri, simboli e oggetti meccanici e tecnologici. Spesso ho pensato alle invenzioni umane come un prodotto non diretto della natura, in quanto in essa si trovano le materie prime, ma anche perché è attraverso l’osservazione e l’emulazione dei suoi caratteri intrinseci che l’essere umano formula le sue invenzioni, o ne replica la struttura. Per questo che ho voluto porre al centro una generosa sorgente in cui l’essere umano si specchia e si riconosce. Proprio dietro il proprio riflesso ho nascosto il serpente, figura emblematica della narrazione giudaico-cristiana, che ricorre anche nel disegno di cui parlo qui di seguito “Prometeo, affronto a Zeus” (a fianco).

Prometeo, affronto a Zeus

Cristiano Quagliozzi “Prometeo - affronto a Zeus”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo – affronto a Zeus”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

In questo disegno ho voluto interpretare liberamente il mito, nell’episodio in cui si narra che gli uomini vollero fare una gran festa dopo aver catturato un grosso bue. Nel mito Zeus venendo a sapere dell’accaduto volle la sua parte del bue, durante un sacrificio rituale. Prometeo pose innanzi a Zeus l’animale diviso in due parti. In una parte mise le parti più grasse e succulente dell’animale, raccogliendoli nella pelle del ventre, più brutta e scarna, mentre raccolse le ossa sotto un invitante strato di grasso, che immancabilmente Zeus, credendo di fare la parte del leone, scelse, ingannato dall’aspetto.
Mi è piaciuto immaginare la percezione del mondo da parte degli uomini – sia ai tempi del mito, che ai nostri – come un luogo sconosciuto, ma in cui si soggiorna, proprio come dei bambini irrequieti possono percepire l’ufficio di un adulto, in assenza del quale, non ci vuole molto perché questi comincino a metterlo sotto sopra, tirandosi anche pericolosamente degli oggetti inevitabilmente sono destinati a distruggersi, come il telefono lanciato dalla bambina o il computer che capitola disastrosamente a terra. Al centro di questa “festa” è innaffiata una grossa pianta, l’albero della vita in cui il serpente forma con il suo corpo il simbolo dell’infinito. Si tratta dello stesso albero descritto nel disegno precedente “creazione dell’uomo” in cui si combinano e si ripetono gli stessi elementi simbolici. Sulla cima di quest’albero troneggia uno spaventapasseri, come una sorta di monito, ma inutile e debole per la sua funzione.
Il bue scorticato è ben riconoscibile nell’immagine incorniciata dietro al divano, non solo come citazione al mito, ma anche come rappresentazione di un futuro preoccupante. Fuori, dalla finestra spalancata si vede in lontananza un fungo atomico.
Tornando alla nostra leggenda: è facile aspettarsi che Zeus, una volta accortosi del raggiro, si infuriò decidendo di vendicarsi. Sarebbe stato sicuramente meglio per gli uomini lasciare che Zeus prendesse la parte migliore dell’animale, e soprattutto, non beffarsi del re di tutti gli dei. Per vendicarsi Zeus negò il fuoco agli uomini facendoli sprofondare nella miseria e nelle tenebre. Potremmo mai immaginarci una vita senza fuoco? Prometeo vide l’umanità ridursi alla rovina per via del suo intervento, e dovette immediatamente inventarsi qualcosa per rimediare, per non farla soccombere.

Prometeo, furto del fuoco

Cristiano Quagliozzi “Prometeo-furto del fuoco”, inchiostro su Carta nera. Roma 2015 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo-furto del fuoco”, inchiostro su Carta nera. Roma 2015 cm 30 x 42.

Prometeo si introdusse di nascosto, con l’aiuto di Atena, nella fucina di Efesto (un’altra versione narra che si introdusse furtivamente sul carro di Elio) da dove rubò qualche favilla di fuoco con una torcia, dileguandosi poi per per portarla agli uomini.
Ho voluto interpretare questo frangente del mito del “Furto del fuoco agli dei” (nell’immagine a fianco) come se si trattasse di un gioco di prestigio da parte di un orango. Il primate si sottrae al controllo della natura e a sua volta ne prende il controllo, proprio come un illusionista elude i meccanismi della percezione per ingannare il suo pubblico.
Lo strano scimmione, che per me rappresenta l’uomo, divide in due parti la figura del suo aiutante Prometeo dentro una cassa magica, proprio come farebbe un mago con il suo aiutante, davanti a un pubblico agitato, in cui si riconoscono vari simboli dei disegni precedenti che incarnano dei personaggi.
A destra la stessa maschera che teneva in mano il bambolotto nel primo disegno è rivolta verso di noi invece che verso il palco, (ci invita o ci minaccia?), accanto a lui uno Zeus barbuto guarda verso destra, dove un’aquila cerca di fermare – o incita – un soldato che sta per sparare alla scimmia. Tra questi ultimi due personaggi si trova un vaso, che appartiene alla narrazione successiva: “Il vaso di Pandora”

Prometeo, il vaso di Pandora

Cristiano Quagliozzi “Il vaso di Pandora”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Il vaso di Pandora”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

Sembra che per Prometeo inimicarsi Zeus sia stato uno dei passatempi preferiti, e a una lettura più attenta io ci trovo sempre qualcosa di comico. Prometeo, con suo fratello Epimeteo sono due titani che stanno ai greci come Stanlio e Ollio stanno al cinema del 900. Epimeteo combina disastri, e Prometeo cerca di rimediare peggiorando la situazione. Questo cliché è completato dalla figura di Pandora, la classica bambolona civettuola, curiosa e un po’ maliziosa che rappresenta (o interpreta) la prima donna. La leggenda narra che questa “Eva ellenica” fu un dono fatto da Zeus a Prometeo (e agli uomini), e che fosse il personaggio chiave di un piano ostile. Prometeo, vedendo suo fratello Epimeteo da subito innamorato perdutamente di Pandora, gliela cedette e lasciò che fosse lui a prenderla in moglie. Zeus quindi attuò il suo inganno, donò a Pandora un bellissimo vaso chiuso, ma a una condizione, ovvero di non aprirlo assolutamente e per nessuna ragione. Come ci si può aspettare, Pandora, rispettando fedelmente il copione, non seppe resistere alla sua curiosità e aprì il vaso da cui vennero fuori tutti i mali del mondo: le malattie, il dolore, la fatica, la sofferenza, la morte. Sul fondo restò la speranza.
Nel disegno che interpreta “Il vaso di Pandora” (a fianco) Ho voluto rappresentare Pandora come una Barbie, simbolo contemporaneo della visione maschilista della donna, stereotipo che tiene in una mano la maschera che ricorre nei disegni precedenti, e con l’altra scoperchia il vaso da cui esce un denso fumo che si mischia al fumo delle falliche ciminiere in giacca e cravatta, davanti alle quali discutono di affari due figuri. Produzione e inquinamento sono l’elemento principale di questo disegno, il cranio del bue con cui era stato ingannato Zeus, umiliando la sua immagine divina è poggiato su un terreno arido. L’essere umano, reso miope dalla sua stessa intelligenza, si dirige verso l’autodistruzione. La divinità che sembrava essere stata inevitabilmente sconfitta, dimostra che si trattava solo di un gioco di illusioni. L’essere umano fu privato dal suo Eden allo stesso modo in cui vi furono cacciati Adamo ed Eva, attraverso un inganno. Un inganno da parte di chi? Del serpente che incitò a prendere il frutto proibito, o del dio che aveva posto nel mezzo del giardino l’albero della vita, con la raccomandazione di non mangiarne i frutti? Il gioco dei simbolismi con cui queste allegorie si scambiano i ruoli sul palcoscenico dell’interpretazione trova in questo mito la loro sintesi nell’aquila.

Prometeo incatenato

Cristiano Quagliozzi. "Prometeo incatenato", Inchiostro su carta 30x42, 864euro. Roma 2015
Cristiano Quagliozzi “Prometeo incatenato”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

La leggenda narra che Zeus, stanco dei continui affronti di Prometeo decise di dargli una punizione esemplare, e definitiva.
Prometeo fu incatenato ad una roccia su una rupe ai confini della Terra. Ogni giorno un’aquila scendeva dal cielo a divoragli il fegato che ricresceva ogni notte.
Nell’ultimo disegno di questa serie “Prometeo incatenato” (a fianco) non mi sono risparmiato nel dare una rappresentazione eccessiva del rapporto tra potere e sudditanza. Tra Prometeo e l’aquila si svolge un vero e proprio rapporto sessuale, in cui il vaso stesso viene usato come arnese sadomaso, il coinvolgimento delle due figure è palese ed è accompagnato dal pianto delle Oceanine, in basso nel mare. L’aquila incarna il potere, dimostrando la falsità dell’illusione umana di avere sottomesso la natura, di sfuggire alle dinamiche di potere, e quindi il proprio destino.
Mi è piaciuto citare in questo ultimo disegno la performance “HHV” svolta con la scrittrice e performer Ilaria Palomba, presso il Forte San Gallo di Nettuno nel 2015. Nel disegno infatti è ben visibile la testa sorridente e mozzata del mio autoritratto, realizzata in argilla e parte di una scultura di zucchero e pan di spagna, servita al pubblico da Ilaria in occasione della suddetta performance, mentre un registratore declamava ad altissimo volume i suoi versi.
In questa performance l’artista – o meglio: la sua effige – incarnava la vittima sacrificale nel suo ruolo di dipendenza dalla società: il pubblico senza il quale l’artista non esisterebbe. Questa testa ride con follia rassegnata alla sua condizione intermedia tra senso e concretezza, tra intuizione e raziocinio, tra realtà e rappresentazione

Homo Homini Virus. Performance di Ilaria Palomba e cristiano Quagliozzi. Biennale d’arte Shingle22j 2018 Museo D’Arte Diffusa (Mad)
Homo Homini Virur. Performance realizzata con Ilaria Palomba presso il Forte San Gallo. Nettuno

6 pensieri su “Prometeo, dal mito al disegno

  1. Mi complimento per i bellissimi lavori fatti su Prometeo: bravura, preparazione, studio, fantasia
    Quando vedo questo amore e dedizione in un artista mi viene un grazie dal cuore per la resilienza, il talento, il coraggio (soprattutto in questo momento storico)

    1. Un grande grazie a te per avere apprezzato tutto questo!

    2. Non solo tecnica eccellente nella esecuzione di questi magnifici lavori, ma geniale la reinterpretazione in chiave contemporanea. Dimostrazione lampante di tanto studio da parte del bravissimo artista.
      Complimenti!

      1. Grazie Monica, sono felice che tu lo abbia trovato interessante!

  2. Solo ora ho potuto vedere e leggere: Come sempre caparbio e straordinario.

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