Tra Oriente e Occidente
Documentazione della mostra Personale “Le Madri, tra Oriente e Occidente”, a cura di Damiana Ardito presso l’Ufficio Culturale dalla Repubblica Araba d’Egitto, Roma

Nel greco antico tutte le parole che si riferiscano a piante hanno genere femminile, come a volerne sottolineare in potenza ed in atto la predestinazione naturale affidata loro nella facoltà di procreare.
I ritratti femminili di Cristiano Quagliozzi, tutti realizzati dal vivo a partire da modelle, amiche, conoscenti, allo stesso modo germogliano, emergendo dalla tela, in quella vividi ma velata consapevolezza di future ramificazioni. I dipinti rappresentano una gravosità e una serietà nelle fattezze femminili espresse, che si traduce in un linguaggio pittorico che non riproduce minuziosamente la figura in toto in una definizione realistica di ogni particolare. Da una maggiore indeterminatezza a partire dall’esterno che si esprime in un trattamento dei capelli visibilmente composti da pennellate spesse, infatti chiara è l’intenzione di focalizzarsi sul viso (l’artista indugia raramente in tagli d’immagine che scendano sotto il collo), sui tratti fisiognomici e quindi psicologici della donna. Esemplare il caso di “Valentina”, dove dagli indistinti confini di un intenso ma anche esso indefinito nero perché intaccato da tinte rossastre, affiora il volto plumbeo, sardonico ma al contempo cortese verso lo spettatore. Quella stessa cortesia e delicatezza è espressa nel tenero ripiegarsi su sé stessa dello sguardo di “Ester”, in cui allo stesso modo dominano le tonalità del grigio. Tecnicamente gli esiti di tale pittura sono diversificati: se da un lato si predilige una stesura del colore di tipo più tradizionale mediante l’utilizzo di olio su tela, dall’altro si vira verso un più marcato espressionismo reso con l’acrilico. Questo procedimento si può cogliere in un ritratto più vivacemente policromatico di Fabiola Prato in arte “Nazrit”, compagna di alcune performance dell’artista. In mostra dunque Cristiano Quagliozzi esplorando infinite fisionomie, tratti somatici, e quindi infinite culture, formae mentis provenienti dai più lontani luoghi della terra, in un ideale dialogo trasversale tra Oriente ed Occidente, afferma la condizione universale che le accomuna tutte: quella di donne e di potenziali madri.”
Tiziano Tancredi
Sarà perché il volto della madre è il primo elemento extrauterino su cui si posa lo sguardo annebbiato del neonato, ma la ‘madre’, nel panorama artistico, di ogni civiltà, è sempre stato un soggetto ispiratore forte e sentito.
C’è una madre, esteriorizzata o interiorizzata, in ogni opera d’arte che guida un pennello o dirige uno scalpello. Pensate alla Pietà di Michelangelo; al volto dolente della Vergine Maria, al pathos della disperazione che è capace di trasmettere.
E pensate, facendo un passo indietro di millenni, alle Matres Matute, alla Venere steatopigia di Willendorf, dove non c’è solo obesità ma anche stato di gravidanza a esaltare la femminilità.
D’altronde, una corrente di pensiero antropologico ricostruisce una sorta di Età dell’Oro, in cui gli uomini non avevano ancora connesso il rapporto sessuale allo stato di gravidanza e il fatto che una donna partorisse la faceva assurgere allo status di Dea, in quanto riproduttrice della specie.
Anche nelle mitologie e nelle religioni politeiste, la genitrix era protettrice della vita: un parallelo potrebbe farsi con Iside, che era parte dell’Enneade, una sorta di Olimpo della religione dell’Antico Egitto, il cui culto si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo; ma anche con Cibele, Cerere e Demetra, in una rappresentazione della riverenza verso la madre donatrice di vita.
La donna, infatti, è colei che dà vita alle forme della vita e, dunque, il suo sembiante ha costituito un itinerario nell’arte di tutti i tempi che rispecchia la eterna presenza di questo tema ispiratore nel cuore di tanti artisti.
La correlazione anche con la religione cristiana è operata attraverso la rappresentazione della Madre per eccellenza,
Maria madre di Gesù: quasi con la riverenza della gratitudine del divino concepimento, la sua immagine, nell’immaginario artistico, assomma i tratti più gentili e armoniosi immaginabili dagli esecutori, secondo i canoni estetici che sono propri dell’epoca in cui l’opera viene eseguita.
La Madonna di Giotto non è quella di un Caravaggio; né lo è una Madonna di Antonello da Messina o di Guido Reni e neppure quella sublime dell’Annunciazione di Daniel Rossetti o della ‘Madre e figlio’ del Periodo Blu di Picasso, del 1901.
E le Madri del XXI.mo secolo? Seppure l’uomo tenda tecnologizzare la riproduzione della specie, al momento della madre non può fare (ancora) a meno.
Il dibattito bioetico ferve e spalanca orizzonti che tolgono il fiato, mirando ad una disumanizzazione dell’umanità, ma, ad oggi, la madre resta fulcro della nostra perpetuazione.
Per cui l’arte, come nel caso di Cristiano Quagliozzi, ancora una volta, celebra la donna in quanto madre, attraverso una pittura che ha introiettato la lezione contemporanea, anche se lo spirito resta fedele ad un’eterna rappresentazione del femminino, stella polare della vita.
In questa mostra, la donna e la madre vengono declinate attraverso le specificità somatiche proprie delle diverse nazionalità delle modelle: Nazrit coi suoi zigomi forti ed esotici; la delicatezza dei tratti di Joanna; il Mediterraneo nelle vene di Ester rappresentano il magnete che ha guidato l’artista nel ritrarle e nel ritrovare in esse il fil rouge della sua ispirazione.
Tutte madri o potenziali tali, perché nello sguardo racchiudono quella dolcezza consapevole di essere ‘creatrici’ di una nuova esistenza.
Annamaria Barbato Ricci
