Studi sulle statue di Roma

L’esperienza artistica di Cristiano Quagliozzi ha da sempre individuato nel disegno la tecnica più idonea per comunicare il vigore e l’audacia creativa che lo accompagnano. Volto alla ricerca di una propria identità stilistica, nella serie di disegni a grafite realizzati su carta decide di incentrare il suo lavoro proprio sul confronto tra la propria identità e i maestri del passato.

Il deciso e consapevole tratto segnico dell’artista fa emergere rappresentazioni dei celebri angeli del Bernini a partire dai particolari del volto, delle braccia, delle mani, delle croci e degli strumenti che sostengono. Immagini ieratiche, eterne ed immutabili, consacrate dall’immaginario ad emblemi della nostra cultura vengono esaltate da un minuzioso tratto descrittivo. Le stesse si ritrovano appena accennate e quasi suggerite da schizzi, grafismi e cancellazioni che interferiscono con l’immagine conferendo all’insieme un sapore ed un contenuto altamente lirico.

L’indefinitezza dell’immagine è il frutto di una sperimentazione sempre in atto e di un impulso creativo che l’artista riesce sapientemente a controllare dando valore e significato ad ogni segno o cancellazione apparentemente casuale. “Bisogna fare una distinzione netta, dice Quagliozzi, cancellando si compie un svuotamento creando un vuoto, mentre attraverso la violenta azione di segni incontrollati si crea un pieno che copre; molte volte unisco i due cancellando e poi scarabocchiando sopra o viceversa, o addirittura riprendo il disegno sotto così che l’immagine possa apparire portando li stessi grafismi o cancellazioni al livello della stessa immagine.”

Il confronto tra i Maestri dell’Arte e il proprio Io si presenta dunque come una relazione in continuo divenire da cui emerge un’identità bipolare in bilico tra una forza creatrice e profondamente legata all’aspetto estetico della forma, ed una contrastante forza distruttrice tendente al disfacimento dell’immagine stessa. Le figure oscillano tra una realtà oggettiva ed una soggettiva in un universo segnico che mostra e nasconde, esalta e distrugge, copre e svela, senza mai perdere la compiutezza di un equilibrio armonico.

E’ questo costante combattimento che porta l’artista a mostrarsi, in altre serie di disegni, in quanto autore delle opere (autoritratti e immagini prese dall’albo di famiglia si celano sotto alcune forme), e allo stesso tempo a sfumare gli stessi volti sotto la filigrana di un teschio, celebre simbolo di Vanitas, per poi disfarli completamente nelle trame di vorticosi segni. Nell’ irrisolta diatriba tra il primato dell’autore e quello del mezzo da lui utilizzato, in alcuni casi è quest’ultimo a vincere.

Ciò nonostante l’energia e la sicurezza con cui Quagliozzi padroneggia il disegno, riescono in ogni caso a trasformare il foglio in un campo neutro dove la bidimensionalità del piano e la linearità del tratto si convertono improvvisamente nei valori plastici e volumetrici propri della scultura del Bernini, per poi assumere l’ andamento più marcato dell’incisione ed arrivare, in qualche caso, all’automatismo della scrittura. Oltre alla statuaria barocca, insieme alle lettere vediamo affiorare simboli matematici, geroglifici che si incrociano a sfingi e tracce legate ad un mondo mitico e enigmatico.

I metodi non convenzionali adottati nelle sue opere per interpretare e interferire con le immagini a noi note, mostrano dunque tutte le possibilità espressive del mezzo utilizzato e le continue varianti con cui l’artista può organizzarle tra loro. L’ermetica scelta della mancanza di una cornice attorno ai lavori presenta inoltre il foglio bianco nella sua unica funzione di base dell’opera e di supporto necessario alla stratificazione dei segni.

Il vuoto e il non-finito divengono la condizione ideale per suggerire all’osservatore la costruzione totale dell’immagine a partire dall’artista stesso, autore e primo spettatore delle proprie opere. “Quando mi confronto con un angelo di Bernini, dice l’artista, cancellandone alcune parti, scarabocchiandole o lasciandole indefinite, non cerco di fare in modo che l’immagine divenga mia, bensì che si componga di nuovi elementi, di modo che si esasperi il contrasto tra l’identità del grande maestro e la mia. Poi l’immagine appartiene all’opera, io non resto altro che uno spettatore.”.

Francesca Pardini

Quando studiavo presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma il professore – il pittore Andrea Volo – mi suggerì di cercare un pretesto per esercitarmi, avendo la fortuna di vivere in una delle più belle città del mondo non fu difficile trovare soggetti interessanti e scelsi le statue di Roma

Bozzetti e disegni preparatori:

Pittura:

Utilizzai il soggetto delle sculture di Roma anche per studiare òe tecniche dell’incisione con la professoressa e artista Anna Romanello, con cui sperimentai le tecniche del grande incisore Stanley William Hayter, che fu il suo maestro