Pagine Aperte

Pagine Aperte, una rassegna in tre atti

Questa pagina del sito ha l’intento di documentare degli avvenimenti accaduti a Roma nel 2014, suscitati dal libro “Quando gli uomini non avevano le ali” che raccoglie un ciclo di disegni di Cristiano Quagliozzi.
Le pagine di questo libro si sono aperte al mondo in cerca di nuovi autori che le potessero estrarre dalla loro rilegatura per portarle nella realtà tangibile, animandone il contenuto in luoghi fisici che potessero ospitarne le varie interpretazioni.
Artisti molto diversi tra loro e scrittori hanno scompaginato il libro facendogli assumere le forme più disparate, dalle discipline più tradizionali come pittura, scultura, fotografia, poesia, racconto, canto, danza; alle forme artistiche sperimentali tra cui bondage, body art estrema, performance art, proiezione, installazione, reading
performativo, digital painting, musica elettronica; facendo in modo che queste arti si fondessero nelle edizioni successive della rassegna. Infatti si è stimolata quell’attitudine naturale degli artisti a cooperare e a generare, tramite la relazione, nuove possibilità. Si è attivato naturalmente un “ambiente protetto” dove le collaborazioni
avevano modo di sperimentarsi nelle varie edizioni. Ho scelto di non mettere in ordine le varie rassegne come se si trattasse di tre capitoli ben distinti, tanto meno di rispettare la cronoligia delle varie scalette in cui si sono esibiti i diversi artisti, né di seguire la numerazione
delle pagine del libro, ma di tracciare quei percorsi, spesso interconnessi tra loro, in cui, i diversi racconti che dalle pagine si sono generati incontrando le altre pagine, hanno dato vita a racconti totalmente nuovi, permettendo quella magia unica data da arti fuse con altre arti in opere uniche e irripetibili.
Con questa pagina il mio ringraziamento va chi c’è stato, ai fotografi, a chi ha ospitato l’evento, ai vari curatori, al pubblico che ne ha fruito e soprattutto agli artisti che si sono adoperati perchè tutto ciò potesse avvenire.
Insieme non ci siamo limitati a immaginare un mondo diverso, ne abbiamo creato uno nuovo, anche se provvisorio quanto la durata dei tre appuntamenti della rassegna artistica Pagine Aperte, in cui abbiamo avuto tutti la sensazione di non ricordare più di quando gli uomini non avevano le ali.


Estratti dal libro “Quando gli uomini non avevano le ali”, Edizioni Polìmata, raccolta di disegni realizzati da Cristiano Quagliozzi tra il 2011 e il 2013

Pagine aperte e occhi chiusi
Benchè ilo mondo scientifico lo abbia già dimostrato, è sempre con sorpresa che assistiamo all’unità inspiegabile e insondabile del mondo onirico e del suo linguaggio, al di là di ogni cesura-censura di confini temporali, spaziali, teritoriali, linguistici o stilistici.
Senza aver mai frequentato un Alfred Kubin, un Ferdinand Khnopff, Un Fussli, un Max Klinger, o anche un Adolph von Menzele, un Odillon Redon – nemmeno sulla pagina -, i disegni di Cristiano Quagliozzi s’incanalano in quella scia, tra i risvolti di un racconto tutto sospeso nella rete tra interno ed esterno, che miracolosamente
prende corpo attraverso una scrittura che possiamo definire automatica, benchè essa assuma meno sintomatica di quella dei surrealisti, più nitida e allucinata invece – come la intendevano i precursori di André Breton e Philippe Soupault – pescando proprio il racconto dall’allucinazione e la visione, in quelle zone della pecezione che rispondono, pur sempre, a un atto della coscienza o, ancor meglio, a uno stimolo del cervello.
Ogni percezione è un intreccio di gesti, pratiche, impulsi che traducono insieme pratica e teoria, sfruttando la dinamica degli stimoli, il loro movimento e la trasformazione.
Su uno sfondo apparentemente romantico o tardo romantico, Cristiano innesta, dunque, la propria coscienza del moderno. E indaga con mezzo squisitamente scientifico – la descrizione – le modalità attraverso cui il fenomeno dell’immaginazione si manifesta, eseguendone tutti gli atti e le operazioni con un proprio metodo d’immagine, una scrittura analitica in progress che compone il tracciato delle apparizioni, dove le linee non si incontrano mai.
Così, passo dopo passo, una linea segue l’altra, costituendo anche per il lettore un trampolino di lancio per lo sguardo, che percore e attraversa, traguardandola, l’immagine che si dipana sotto i suoi occhi, mimando il proprio apparire.
E’ qui allora che il percorso dell’occhio, radente la superficie, finalmente decolla spiccando il proprio volo oltre la percezione della gravità che accompagna, in genere, il nostro essere terrestre, vincolato al corpo della terra.
Forme, storie, racconto, in questi viaggi visivi nascono, grazie al metodo prescelto, senza premeditazione, aiutati da un percorso formativo in atto, estratto da un’ironica levatrice in bilico – la penna – seguendo il ritmo naturale della sovversione nel pulsare dell’avvicendarsi del bianco e del nero.
La scrittura divisa adottata da Quagliozzi, dove le linee non si incrociano mai, riempie la pagina con la traccia letterale degli istantidurata, necessari a comporre il tremulo tessuto delle apparizioni e invita, anche chi guarda, a intraprendere l’asperienza lasciandosi trasportare in una lettura che è, insieme, mentale e visiva, sospesa imprevedibilmente dalla visione e la realtà, tra cielo e terra.
E c’è un appello, una sota di indiretto manifesto di poetica in questo guardarsi indietro, verso l’epoca quando gli uomini non avevano le ali, un Sognatori di tutto il mondo, unitevi!, come un’allusione a tagliae gli ormeggie il cordone ombelicale – con il vecchio mondo, chiuso entro confini ormai disciolti, tranne che nei vecchi pregiusdizi che si perpetuano nelle nostre pigre abitudini, e nelle nostre ossessioni, in una condizione che, solo la consapevolezza di avviarsi verso un’inedita avventura può rendere nuova sotto l’indelebile, antica scorza del mondo.
Il primo atto di vero coraggio, in questo viaggio, sta proprio nell’affidarsi ancora al disegno, tenendo conto che è lo spirito, con cui ogni vecchio strumento viene usato, a indicare la rotta verso il nuovo orientamento di questa terra, che dalla piatta dimensione di tavola o di mappa, ha ormai ritrovato la propria forma ed entità reale: quella del globo, anche nella propria intima vocazione.
Giovanna dalla Chiesa


Cristiano Quagliozzi,
ovvero il giardino delle linee che non si incrociano.
Questo è un viaggio-opera, non è un catalogo; la prima linea dà il via alla seconda, e così via … Le immagini si formano da sole, per questo il protagonista – e protagonista è dunque fruitore dell’opera – riesce a volare. Apparizioni, non appena il Faber Castell 0.4 tocca il foglio bianco, sogni di sogni in volo, l’inconscio traccia pe noi percorsi possibili, tutti appartenenti al mondo. E il mondo, per l’artista, è proprio quello che si inventa. Libera forze primarie, scardina le strette regole della razionalità lanciandosi in una pittura segnica automatica che lo avvolge. Erotismo onirico che fuoriesce da sottili strati di coscienza liberata. Cristiano sceglie un linguaggio semplice e in qualche modo provocatorio, capace di lanciare al fruitore stimoli differenziati. Lui stesso scopre nei suoi lavori dei particolari nascosti che lo affascinano di colpo. E di colpo si ritrova a volare. Eppure, dice
l’artista, nessuno vede mai un uomo volare, proprio perchè il volo è personale e nessuno può vederlo. Buon viaggio Cristiano. Il tuo cammino è lastricato di poesia.
Marco Fioamanti


Prendi le mie mani, asciugandone le ferite. Voglio raggiungere sotterranee ali di creature ultraterrene che dai tuoi tratti prendono vita nella mia pancia.
Rampicanti come donne albero di luce e ombra. A volte ho temuto la morte, l’inautentico gesto che divide l’esserci dal nulla. Desidero pedermi tra le tue mani, nel flusso di corpi che si avvinghiano. C’èra uno stanzino buio alla fine del corridoio, avrei potuto attraversare il corrridoio. Alla fine del buio sussurravi, non esistono mostri
nè paure. Alla fine del buio esistono solo bambini strani che si tramutano in angeli.
Tra le linee dei tuoi tratti riconosco la mia infanzia, dimenticata in un giardino di margherite in fiore e chiazze di sangue. C’è il desiderio alla fine del buio, il desideio imbastito di muto colore che raggiunge l’ipotalamo,
frazionando la pelle in coriandoli di dio.
Ilaria Palomba


Nel mio libro la “scrittura” si presenta sotto forma di immagine. L’idea è di presentare ai grandi un libro al contrario: i bambini in un libro cercano le immagini e vedono ogni cosa rappresentata come un essere reale.
I bambini ormai cresciuti invece cercano qualcosa da leggere che gli speghi le immagini.
Ho cercato di scavami dentro dando libero sfogo alla fantasia, attraverso una “scrittura” ftta di segni, visioni totalmente personali, per rivelare quell’individuo onirico, nascosto in ognuno, che fugge alla società odierna nascondendosi alla collettività formale e ressante per ritrovare la sua vera natura …
C’è anche un piccolo testo che lascia intendere un’implicita domanda: qualcuno può vedere un uomo volare?
Cristiano Quagliozzi


C’era un uomo che un giorno si accorse che sapeva volare,
si buttò dalla finestra e tragicamente scoprì
che si stava sognando.


Ce ne sono tanti altri che potrebbero volare
ma soffrono di vertigini e si limitano a nuotare nel mare.
Altri invece se sanno volare o no non lo sapanno mai
perchè non sanno sognare.


Altri volano e basta ma solo quando non c’è nessuno che li vede.
Si vergognano perchè pensano che sia un difetto.


Ci sarà un giorno in cui i bambini studieranno sui libri di scuola
di “Quando gli uomini non avevano le ali.


locandina pagine aperte - prima edizione
Locandina della prima edizione della rassegna Pagine Aperte

Comunicato stampa della prima edizione di PAGINE APERTE
1 e 2 Marzo 2014.
Personale di Cristiano Quagliozzi a cura di Giovanna dalla Chiesa
Presentazione del libro “Quando gli uomini non avevano le ali”. Edizioni Polimata.
In occasione della personale di Cristiano Quagliozzi “Pagine Aperte”, a cura di Giovanna dalla Chiesa, la Galleria 291 Est espone i disegni originali del libro “Quando gli uomini non avevano le ali” di Cristiano Quagliozzi, edito da Polimata.
Il libro, una tiratura limitata in 50 copie, è la storia di un doppio tentativo dell’autore: volare pur non avendo le ali, facendo delle
immagini il trampolino di lancio per un viaggio dove ogni linea, un passo dietro l’altro, segue l’altra, automaticamente, sino a
svolgere interamente il proprio compito di raccontare l’impresa attraverso immagini che nascono senza premeditazione.
La scrittura divisa, adottata da Quagliozzi, le cui linee non s’incrociano mai, riempie la pagina con la traccia letterale degli istantidurata necessari a comporre il tremulo tessuto delle apparizioni e invita anche chi guarda a intraprenderne l’esperienza lasciandosi trasportare in una lettura che è insieme mentale e visiva, sospesa, imprevedibilmente, tra la visione e la realtà. Un coinvolgimento a cui Quagliozzi dà ulteriormente corso invitando, per due intere giornate, artisti, performer, attori, scrittori e poeti a partecipare con un seguito di azioni performative e reading.
Nell’appuntamento di sabato 1 marzo, per la presentazione del libro, interverranno: Giovanna dalla Chiesa, critica e storica dell’arte;
Marco Fioramanti, artista, direttore della rivista Night Italia; Annamaria Barbato Ricci, giornalista; Ilaria Palomba, scrittrice e
performer; Massimiliano Matarazzo, editore. Insieme a Cristiano Quagliozzi, artista e autore del libro.
Nel fitto programma d’interventi di domenica 2 marzo, ognuno dei chiamati a partecipare offrirà, insieme alla propria interpretazione
del libro, il proprio personale contributo d’autore: in apertura la performance di Ilaria Palomba e l’intervento di danza contemporanea di Daria Greco.
Poi, l’alternanza di performance e reading che vede come protagonisti: Sylvia di Ianni, artista, performer; Gianluca Secco Voce,
scrittore, performer; Isabella Corda/Dolcissima Bastarda con Damiana Ardito e Daniele Casolino in una performance di bondage;
Mariaelena Masetti Zannini; Elisa Angelini; Francesca Noto, attrici; Luigi Annibaldi, Marco Limiti, Giulio Vaccaro, Paolo Battista,
Olivia Cinnamon, scrittori. Concludono Valentina Benvenuti e Emanuele Carboni finalisti del Premio di letteratura di MarteLive.
L’idea dell’autore è quella di ampliare la presentazione del libro e dei suoi originali grafici con una sequenza che si offre come
dispositivo aperto a contaminazioni e interazioni percettive che avvengano in viva reciprocità.
La Galleria 291 Est diventa ancora una volta il luogo comune per eccellenza, nel quale sviluppare un discorso a più voci. La rassegna
sarà in diretta su Radio Rokka.
Documentazione fotografica a cura di Pietro Guglielmino.

PROGRAMMA SABATO 1 MARZO
Sono intervenuti: Cristiano Quagliozzi, Massimiliano Matarazzo, Giovanna dalla Chiesa, Annamaria Barbato Ricci, Ilaria Palomba, Marco Fioramanti e Francesco Astiaso Garcia.

Estratto della conferenza stampa:


LOCANDINA Pagine Aperte seconda edizione
Locandina della seconda edizione della rassegna Pagine Aperte

COMUNICATO STAMPA
Pagine Aperte
Seconda edizione
Domenica 8 Giugno 2014
dalle ore 18:00 alle ore 02:00
Atelier Montèz
via Pietralata 147
Dopo il successo riscontrato a Marzo presso la Galleria 291 EST, la rassegna PAGINE APERTE, curata in questa seconda occasione da Damiana Ardito e Cristiano Quagliozzi, si terà presso l’Atelier Montèz, capannone industriale in disuso, già da tempo divenuto, attraverso una coraggiosa attività di riqualificazione del territorio,
scenario di incontri culturali di rilievo nel panoama romano.
Presentandosi nuovamente come pretesto di sperimentazione di nuovo utilizzo dello spazio, inteso sia come luogo fisico che percettivo, e volta a valorizzarne al massimo le possibilità, PAGINE APERTE, in questa nuova edizione, attraverso proiezioni di grandi dimenzioni, opere realizzate site specific, arrti plastiche e una
variegata scaletta di interventi performativi, darà vita a un dispositivo di contaminazioni e scambi percettivi in cui la partecipazione di artisti visivi, performers, cantautori, attori, poeti e scrittori, si esibiranno modificando l’ambiente e sondando nuovi piani di ispirazione suscitati dal libro “Quando gli uomini non avevano le ali” di Cristiano Quagliozzi (Edizioni Polìmata), utilizzato come spunto di stimoli preesistenti e suggestioni in continua evoluzione.
Artisti presenti:
Marco Galletti (istallazione)
Francesca Romana Nascè e Sara Rotondi (performance)
Davide Cortese (poesia)
Valentina Faraone 8fotografia)
Marta Pesta (scultura)
Leila Bahlouri (canto)
Emanuele Marocco (digital painting)
Gruppo MEP (intervento site specific)
Daniele Casolino e Daia Greco (danza e proiezioni)
Paolo Battista (poesia)


Pagine-aperte-terza edizione

COMUNICATO STAMPA
Pagine Aperte
Terza edizione
Domenica 28 Settembre 2014
dalle ore 16:30
Associazione Culturale Clandestina
via Filarete n° 115
In questa terza edizione della rassegna PAGINE APERTE, proposta per essere presentata all’interno del programma della prima Biennale MarteLive ideata da Giuseppe Casa, si è scelto di dare risalto all’Associazione Culturale Clandestina, che ospiterà la manifestazione. PAGINE APERTE è una rassegna ispirata dal libro edito Polìmata “Quando gli uomini non avevano le ali”
di Cristiano Quagliozzi, curatore di questa terza edizione insieme a Daniele Casolino. L’interpretazione dei disegni raccolti nel libro è stata affidata ad artisti e scrittori del panorama romano, spaziando tra le discipline creative comprendendo: danza contemporanea, videoarte, scultura, fotografia, installazione, digital painting,
canto teatro bondage, letteratura, performance e poesia.
Si è sviluppato un dispositivo libero di ispirazione reso possibile dalla sinergia di NIGHT ITALIA e scuderie MarteLive con il supporto iniziale della Galleria 291 EST, in cui si è svolta la prima edizione nel Marzo di quest’anno, curata dalla nota critica Giovanna dalla Chiesa, e arricchita nella seconda edizione tenutasi l’8 Giungno presso L’atelier Montèz dall’esperienza importata dalla Germania di Giorgio apogrossi.
Hanno esposto:
Marco Casolino (Istallazione)
Madame Decadent (Pittura)
Giorgio Capogrossi (Scultura)
Cecilia Maricel Eulisse (Istallazione)
Marta Consoli (Scultura)
Performance:
Elisa Cristofaro (Performance)
Daria Greco (Danza Contemporanea)
Leila Bahlouri (Canto)
Inanna Trillis (Body Art Estrema)
Francesca Noto (Danza Contemporanea)
Reading:
Olivia Balzar
Davide Cortese
Valentina Benvenuti
Emanuele Carboni
Francesca Romana Nascè (Reading Performativo)
I Cardiopatici: Luigi Annibaldi, Ilaria Palomba, Paolo Battista, Daniele Casolino (Reading Performativo)


ILARIA PALOMBA
Pagina 24


SYLVIA DI IANNI
Pagina 82


ISABELLA CORDA – DAMIANA ARDITO (bondage) – DANIELE CASOLINO (proiezioni)
Pagina 68

TU NON SEI IL PORTO SICURO
donna mia.
Tu sei la tempesta
che mi lega ancor di più
alla vita e all’amore.
Tu non sei armonia,
dolce cantilena che culla i sensi,
tu sei l’urlo straziante e sublime delle sirene.
E non è servito alcun coraggio a questo nessuno
per diventae capitano sulla sua rotta.
Tu non sei Penelope, moglie mia,
che ordisci a doppio nodo il mio ritorno.
Tu non sei Itaca.
Tu sei il viaggio.

Daniele Casolino


DARIA GRECO – DANIELE CASOLINO
Brava


DARIA GRECO
Pagina 42

Performance di Daria Greco nella prima edizione di Pagine Aperte

LUIGI ANNIBALDI
Pagina 2

L’uomo che sapeva tutto
L’uomo che sapeva tutto sapeva tutto tutto. Qualsiasi domanda gli facessero lui sapeva la risposta, anche la risposta di 123.874.463.738 moltiplicato 29.287.272.273 diviso 383.873.828.282. Lui ci pensava un attimo e dava la risposta giusta. Sapeva anche quante volte un assirobabilonese andasse in bagno.
Qualcuno gli chiese se sapesse anche il futuro e lui in tutta risposta diede i risultati esatti del prossimo campionato di calcio. Gli bastava guardare una donna e sapeva se glie l’avrebbe data, quando, dove, se sarebbero stati fidanzati, sposati, quanti figli avrebbero avuto, se lei lo avrebbe cornificato, quante vole e con chi.
L’uomo che sapeva tutto poteva avere tutto, anche diventare l’uomo più potente del mondo. Ma una cosa non la poteva ottenere con la sua sapienza: lo stupore. Non si stupì neanche quando un’astronave aliena precipitò nel suo salotto. Sapere tutto non mi da felicità – disse all’omino verde con le antenne.
L’omino verde formò un punto interrogativo con le antenne. L’uomo che sapeva tutto fissò quel punto interogativo. Non ho mai usato un punto di domanda in vita mia – disse guardando la fila di occhi dell’omino verde. Un uomo qualunque gli avrebbe domandato da che pianeta venisse, da che galassia, se venisse in pace o in
guerra. Invece l’uomo che sapeva tutto lo sapeva il luogo d’origine dell’alieno ma anche che aveva intenzione di sparargli con la pistola laser.
L’uomo che sapeva tutto sapeva anche che cosa c’era nell’aldilà: c’era Dio col sorriso sulla barba con un pennello in mano intento a dipingere per aria forme di realtà sbalorditive.
L’uomo che sapeva tutto sapeva anche il modo di uccidere Dio. Così prese il suo posto e iniziò anche lui a dipingere per aria forme di realtà, ma prive di stupore.


PAOLO BATTISTA
Pagina 40


GRUPPO MAYA
FRANCESCA ROMANA NASCE’ – SARA ROTONDI – PAOLO BATTISTA
Pagina 47


FRANCESCA ROMANA NASCE’

La Polpa (scritto da Adriano Marenco)
Pagina 47

La Polpa
Sapete. Il polpo. Si uccide con il tradimento. Ci si avvicina a lui. Si tendono le mani in acqua. Lui ci pensa su.
Dopo un po’ inizia a tendervi i tentacoli. Piano vi sfiora. Diffida poi gioca. Ecco gioca.

Allunga i tentacoli sul braccio. Vi accarezza. Vi bacia con le ventose. Dei baci cha fanno spac. Voi dovete farlo fare. Si ritira e torna. Si
aggrappa. Vi ama. A quel punto. Solo a quel punto. lo afferrate. E gli sfasciate quella capoccia ipertrofica su uno scoglio. Ancora e ancora. E’ più morbido da mangiare così. Io sono così. Diffidavo. Voi mi lanciavate sguardi obliqui. Vi tendevate. Io in qualche modo vi tastavo. Vi toccavo con i miei tentacoli da polpa. Voi giocavate. E quando mi conquistavate mi sfasciavate il cuore. Mi mozzavate
i tentacoli che vi avevano amato. Alla fine mi avete lasciato così. Un busto e mozziconi di tentacoli. I miei tentacoli sono roba da leccarsi i baffi. E infatti ve li siete leccati. Un tentacolo alla volta. Una leccornia. Ve li siete presi tutti. lasciandomi col cuore sfasciato. Un busto di tentacoli mozzi. Ora mi guardate. Mi rimirate. La mia bellezza di venere senza braccia senza gambe manco una fica come si deve mi avete lasciato. Un fiore carnivoro ora ho. Buono solo a pappare quando qualcuno di noi ci ha fame. Mi portate in giro quando va bene o mi abbandonate su uno sfondo di sassi sprecati. Rimirate il mio volto di scoglio tradito. Il mio corpo di giovane albero abbattuto. Un soprammobile di vanità, che su aruba ve lo tirano
appresso. Mi sono aggrappata finché potevo alle promesse. Marinai. Ora mi lasciate giacere spolpata dalla schiuma. Intagliata dal vento. Ci ho cercato di vivere così. Sono colpe che il mare le abbandona sulla battigia di un sudicio novembre inoltrato.
Non si sa che farsene della polpa avanzata.

Post scrittum:
Questo è “La polpa” scritto da Adriano Marenco. E la Polpa sono io.
Sono nata per la terza edizione di “Pagine Aperte” da un disegno di Cristiano, naturalmente, e da un disguido e da un coinvolgimento a catena. Cose che capitano a “Pagine Aperte”. Veramente i disguidi capitano un po’ ovunque, ma a qui sono più belli.
La mia storia vale la pena di essere raccontata.
Allora. C’era una volta un disegno di Cristiano pubblicato nel libro “Quando gli uomini non avevano le ali”.
E’ una donna, con gli arti mozzati, è bella, è un po’ albero, un po’ scoglio. Ha una fica a fiore molto carina,
ma non molto rassicurante. Cristiano regala il disegno a Francesca R., che fa l’attrice e qualche volta inventa performance, azioni, insomma si libera dal copione e tenta. Solo che è lo stesso disegno da cui era nata sempre da Francesca R. e da Paolo Battista (che scrive e come legge!) e Sara Rotondi (che disegna carta, corpi, muri, anime), un’azione e un’interazione che loro avevano chiamato “Spalanca la bocca” e che avevano fatto al secondo “Pagine Aperte”. Però Cristiano ci teneva che Francesca R. facesse di nuovo vivere quella donna senza arti, era proprio il disegno per lei.
Insomma, a farla breve, Francesca R. fa vedere il disegno ad Adriano che scrive anche lui (ma non chiedetegli di leggere) e il giorno dopo si ritrova scritto su un messaggio facebook, così di getto e senza maiuscole, il testo.
Ed io, la Polpa, cominciavo a nascere.
All’inizio sono stata una favola della buona notte durante la terza edizione di “Pagine Aperte”, Francesca R. mi raccontava e Daniele Casolino mi cullava con il suo pianoforte. Prima però avevano messo il pubblico a nanna su divani, tappeti, coperte ed era buio. Solo una lucina su di me.
Poi, mesi dopo, il mio maestro di piano Daniele chiama Francesca R. e le chiede se vuol far diventare “La Polpa” un corto teatrale per una serata a Clandestina. Era il 26 dicembre, la serata era per il 28.
Così Francesca R. si mette a provare a casa. Mi immagina seduta su un tavolo, in mezzo all’insalata, mi veste da maitre semiserio con al posto della camicia una maglietta a righe marinara e un paio di vezzose scarpette rosse che diverranno poi un paio di scarpe rosse con un tacco a spillo mozza fiato e mozza piedi. Mi prova mezz’ora con Daniele, una donna anche lei attrice le consiglia di spogliarsi un po’. E si parte alla ricerca, due ore prima di andare in scena, di una canottiera nera a dicembre nel gelo di Torpignattara. Incredibile ma la trovano (il mio cinese è differente). Intanto Casolino aveva già preparato un polpo da accoltellare per il finale ed io, la Polpa, comincio a prendere vita davvero. E piaccio! Tanto che con il mio maestro di piano vado un po’ in giro per locali.
E poi divento “La Polpa (alla Clandestina)”, l’”Antipasto senza scrupoli” delle cene spettacolari di Brema81 (compagine di teatranti, scrittori, musicisti pronti a tutto) più note come “Gli scarti del Canoro”. A dire la verità, senza falsa modestia, sono stata un po’ io che ho ispirato e aggregato il gruppo autoproclamotosi di teatro
Brema81. Perdonate il vezzo.
Ma io adesso sono così: senza gambe, senza braccia, senza tentacoli, un po’ vezzosa però. E dopo i consigli di Alessandra Caputo, di Valentina Conti e soprattutto di Marco Bilanzone che mi ha adottata
e mi ha dato una regia, adesso sono anche un corto teatrale in piena regola, capace di far commuove persino l’autore, il Marenco cuore di pietra. E che piace tanto al mio progenitore e ispiratore Quagliozzi.
Mi introduce Raffaele Balzano, maitre molto serio di Brema81, con dolcezza e rabbia. Io lo ascolto facendo ancora finta di essere anche io un maitre molto serio. Poi comincio a raccontare come si uccide il polpo. Assalto il mio fidato pianista Casolino che non è per nulla contento e mi sbatte su un tavolo in mezzo alla lattuga. Allora io mi svelo. La Polpa, tenera … vulnerabile, “Usata lasciandosi usare perché il polpo gioca con te finché non gli sfasci il cranio, un cuore troppo grade per non essiccarsi, ma allo stesso tempo instancabile”.
E ogni volta che appaio con il mio corsetto, le scarpe rosse, l’orecchino di conchiglie e gli eleganti pantaloni neri
un po’ sporchi d’insalata e poi vengo accoltellata, io vi ringrazio sempre tutti perché ho preso vita.
Cose che capitano a “Pagine Aperte”. Sempre vostra La Polpa (Naturalmente, essendo io un po’ mozza, ha scritto per me Francesca Romana Nascè).


VALENTINA BENVENUTI
Pagina 78

Di Stanza
Pettini a cui non verranno mai i nodi
Specchi nei quali rifletti che ti odi
Vecchi, ed ovali, distorcono i modi,
I punti di svista, i tuoi tempi e i tuoi luoghi
Punti di domanda arcuati dal tempo
Quelli di sutura cuciti dal pianto
Tra fili di lacrime ed aghi di attesa
E voglie chilurgiche a cui sei appesa
Rappresa, sei un fluido di fluido amaranto
Ripresa, lasciata, abusata dal vento
Che s’insuina a spifferi dalle tue finestre
Quelle che non chiudi e non apri: le hai perse
Le chiavi – di casa e del diario segreto
A cui confidasti, ma fece la spia,
Gli intimi pudori, la dolce magia,
Le preghiere arcaiche, vi hai scritto rimedi
Che non riesci a leggere, qui non ci vedi
Blu notte di lampade rotte, blu dietro
Blu avanti, di lato, blu ai piedi ed in testa
A te che, minuscola, avresti bisogno
Di bianche carezze, da niente un sotegno
E ti spoglieresti di offese e pigiama
Chè il freddo non è una questione di lana
E’ di lama, ti chiama, ti invita alla festa
Volevi ballare? Ora danza, mio cigno
Improvvisa due passi, aguzza l’ingegno
Sola in una stanza da letto, il tuo regno
La rumba, la tomba, la bomba, l’ordigno
Il cuore ti batte in levare, s’adegua
All’evoluzione d’una nuova tregua
Si lascia guidare da istinti scoscesi
Poi simula il tempo di valzer viennesi
Volteggi con lui tra un cuscino di piume
E un comodino rotto tra la sedia e il lume
Soridi all’aurora che, dalle serrande
Ti guarda, e non sa che ormai sei già distante.

D’Istanza
Siamo noi,
Generazione zero
Autocompiacenti, noi, incoscienti, convinti d’andare avanti
Noi, compassi arruginiti che tornano sempre sugli stessi punti
Compassi imbestialiti, regoliamo conti poco algebrici
Strangola –
Menti e strozzaidee
Confondi gli alibi
Stordisci i complici
Siete voi,
Quelli del cielo nero
Quelli del petrolio, voi, lubrificati solo per strisciare meglio
Delle piogge radioattive, delle nebbie fitte, delle fitte al cuore fatto a fette, tanto sai chi se ne fotte dell’affetto
serra
Serra –
Manici e pistole e spranghe
E giù le botte
E tutti giù per terra
Sono io
Vestita d’odio vero
Sono idiosincratica, antipatica, sono arrivista, sono quella
In pista, sempre in testa, testa vuota, testa da farcire, da farci ore piccolissime, le occhiaie, Le mie pessime
abitudini, le
Voglie, mille
Veglie e mille benzodiazepine
Molto incline, si
Alla condicio sine
Sei anche tu
Ti sevono per colazione la tua stessa deiezione e non lo sai
Ti servi della colazione, vano insieme di persone, e sono guai
Se vanno insieme, le persone, ma non nella stessa direzione, poi
Che fai?
Con chi vai, se vai?
Ti metti all’asta
O tagli qualche testa?
Sono tutti
Sono tutti uguali, tali e quali, son cravatte o scarpe rotte, sono
Quelli che tornano a casa, monolocalebraccavillaponti
Sono pronti, sull’attenti, si lavano i denti, sciacquano le mani
Fanno il segno della croce
farfugliando sotto voce
“Grazie per l’assoluzione”
E buonanotte al figlio, al cane, al pesce rosso, al compromesso
Sogni d’oro
Anche al padrone


EMANUELE CARBONI
Pagina 89

E il groviglio spinoso
nel suo crine ristagna,
nel suo intreccio penoso
che non tace e si lagna.
Col frusciare dei venti
che le chiome dispera,
nel rumore che senti
lì sul far della sera.
In totemici anfratti, radici
di occhi ipnotici si innalsano
alle fronde, come austere pendici
che, la vita ammantata, alte scalzano
Ah vanita, mi hai tradito
come un marmo nascondi
il gelo, nel tuo viso scolpito;
neppure Amore ti ha mai scalfito;
nessun odore immodesta diffonti
nessun colore ti desta, rispondi!
Taci ancora? Va alla malora!

E così mi incurvo alla terra
al suo corpo muto e brutale
che zittisce il suono che afferra
nel suo grembo canuto e rivale
e il mio seme ti brama, monella.
tra gli stolti il tuo gelido fango,
se pur senti la voce novella
che ti chiama al tuo sonno, al tuo rango.
Ma d’altri sguardi l’animo s’impregna:
una solitudine, leggiadra ormai, si sdegna
di conoscere un respiro
un po’ più dolce un po’ più vicino.
E così
la speranza
s’annega vana
nella mia sordità.


CECILIA EULISSE
Pagina 96

CENTAURA SUL MONDO
Dalla cima più alta del monte mondo, Centaura, mi perdo ..
La mente, penso, antro oscuro dell’universo, il più oscuro di tutti.
L’umanità osserva inconsapevole quell’istante di massima libidine in
cui gli avidi zoccoli della terra, abbracciano il mondo.
Una radice d’osso che si lega alla sua sfera per non volae via, a cavallo
di un pensiero al sapore di marzapane.
Fertile è il terreno poggiato sull’immobilità del mondo, solo è il
cammino di chi scala il tempo viaggiando a spasso per l’universo
e lì, osservatrice estranea, estranea anche a me stessa, rubo un po’ di
luce intermittente per me, a distanza dal mondo di tutti.
A distanza spazio – terra, centaura – uomo.


FRANCESCA NOTO
Pagina 1


Dalla finestra aperta avverto i profumi che provengono dalla campagna già avvinghiata dai tepori primaverili che si espandono così come l’orizzonte dove il placido mare azzurro si estende all’infinito ed io sento di essere presa da un senso di libertà
anche perchè nel vedere quel gabbiano che plana verso l’acqua del mare avverto un nuovo stimolo e per un momento volo anche io. Gli eventi della vita che mi circondano quasi sempre mi attanagliano ed
allora il mio spirito si sente frustrato, cupo, quasi ingabbiato senza poter avere la possibilità di librarsi per andare sempre più in alto, forse a raggiungere quel gabbiano. Niente. le vicissitudini del quotidiano non lasciano tregua, come slavina sembrano volermi inghiottire e lasciarmi respirare aria malsana, a guardare l’orrido, a sentire urla strazianti. vita che mi circonda non è frutto della
mia fantasia, ma realtà quotidiana che vivo nella città in cui dimoro, nelle strade che percorro, nelle case che frequento e così in tutti i posti più disparati. E’ vero, sento spesso parlare di libertà, spesso anche io la invoco, ma quell’attimo fugge ed io mi ritrovo inchiodata,
con le ali tarpate, con le braccia inermi, il cervello annebbiato. E’ notte, seppur è giorno, è freddo seppur si soffoca, è immenso se pur mi sembra di essere in un metro quadro, come quelle celle che
spesso si vedono in televisione, tra gente silente ed umanamente a sfidare il nulla quotidiano, dopo magari imprese criminali. Non c’è più per loro libertà, ma per gli alti? Per coloro che credono
di essere liberi? Anche loro in gabbia. Ecco, quel tepore primaverile, quei profumi che salgono, come incenso, dagli alberi della campagna sottostante, anche se quel vagito di bambino o quel
canto di ragazza che sciorina i panni, quella mi sembra libertà…ma dura poco perchè poi torna il silenzio. Io continuo ad essere seduta dietro la mia scrivania e seppur guardo l’orizzonte i miei occhi
si fissano sul foglio bianco, nitido, immacolato. La penna è vicina al foglio e i miei occhi fissano quel bianco, quel nulla, quel vuoto.
La vita e la morte si possono comprendere anche con poche parole, con la sintesi di un concetto e attraverso questo si può avvertire, pur nell’immaginaio, quel senso di superare, di andare avanti, di provare a volare, si, così come in tanti hanno provato. Il senso di libertà è così sconfinato che non può essere percepito e vissuto.
Libertà è vita e la vita si inserisce, si incunea nel desiderio di avee questa possibilità: volare, e se si è consapevoli che non è possibile, si ha la facoltà di realizzare il sogno. Già, il sogno che potrebbe tradursi in realtà. E’ lì la libertà, sotto i miei occhi. Ora riesco a comprendere, ora sembra che il mio cervello comincia a percepire le sensazioni di essere libera. Sorrrido, socchiudo gli occhi per un attimo e prendo tra le dita la penna. Continuo a sentire il pigolio di uccelli che volano con il gabbiano, lo sciabordio dell’onda che si infrange sullo scoglio, il canto della ragazza, il fischiettio di qualche giovane che passa, ed avverto una strana sensazione. Il mio cuore si scioglie, ricordo certi eventi del passato. Forse il miracolo. La mia mano inizia a scrivere, scrivere, e mi accorgo che sono dei versi. E’ un nuovo mondo che mi si apre, una nuova vita che si irradia nel mio cuore e attraverso
quelle parole, semplici quanto sincere, sento una leggerezza, un afflato che mi spinge, mi spinge e così senza che io me ne renda conto sono già con le ali e queste cominciano a muoversi lentamente trasportandomi verso l’alto, verso lo spazio facendomi assaporare la libertà. Sono finalmente libera, libera come gli uccelli e finalmente capisco che quelle frasi sincere vergate su quel foglio di carta bianca mi hanno dato la possibilità di volare. E’ questa la vera libertà: la poesia, quella stessa che nel tempo ha dato le ali a tanti che hanno scritto e che sono riusciti a volare, a conquistare la libertà. Continua il mio viaggio così come le mie mani vergano parole e quel
foglio non è più bianco. Finalmente il senso di libertà che solo la poesia può dare! Ed è per questo che continuerò ad esser libera.


OLIVIA BALZAR
Pagina 64

Ho amato i tuoi demoni fino a che non mi hanno sbranata viva,
dilaniato il mio corpo e condannato per sempre la mia anima.
Vienimi a prendere e portami lontana.
Un’ultima volta. Portami lontana da qui,
tu,
che ti sei fatto angelo per rapirmi,
demone per sedurmi
e poi lupo per cibarti di frammenti della mia innocenza.
Guardo negli occhi il baratro per abituare lo sguardo alla realtà.
Congelo sogni,
emozioni
istanti
prima che tutto crolli intorno a noi.
E allora portami a ballare sulle rovine del nostro mondo,
dove è rimasto l’ultimo simulacro di ciò che eravamo.
Ballo con te, per sentirmi corpo,
e tu, agnello travestito da lupo,
penetrami l’anima fino in fondo,
fino a farmi sanguinare,
immagino di non esistere
immagina di non esistere
immaginiamo di non esistere
chiudi gli occhi e balla con me,
ai confini del mondo,
mentre mi dipingo altrove.
Balliamo sopra le rovine di mondi sconosciuti,
di antichi templi,
di autostrade,
e immense campagne,
balliamo sopra scheletri di fabbriche abbandonate,
sopra le risaie della mia infanzia,
dove non ci sono più né rane, né lucciole, né mondine,
dove non ci sono più i miei sogni di bambina,
ma camion e veleni tossici da respirare.
Ma noi continuiamo a ballare finchè l’anima sarà corpo,
il giorno sarà notte e poi ancora giorno
e non sentiremo più niente se non il freddo del mattino.
…e tu per me, lupo, non esisterai più.


ELISA ANGELINI
Pagina 53

COME UN VIOLINO SCORDATO CHE,
assieme al pianoforte docile e perfetto, stride. Come quando racconti qualcosa e l’interlocutore capisce altro perché ha già in testa il pensiero successivo e le tue parole non gli interessano più…quante volte “ascolto” ma non riesco a “sentire”… così è successo con l’autore dell’ opera 53, Cristiano, quando mi ha detto.. “Ci sono Un burka. Una donna un serpente la solitudine”
Ma io non ascoltavo più e vedevo già altro…
In quest’opera vedo innumerevoli peli, Cristiano. Su tutto il corpo. Come qualcosa che non puoi nascondere di te, peli che gli altri ci vedono addosso prima ancora che noi stessi riusciamo a percepirli. sulle braccia sulle gambe.. nemmeno li conosciamo ad uno ad uno, ma gli altri si..sulle ascelle : “prova quella maglia sbracciata che ti sta bene compra una cosa nuova e colorata!!!!”(gli altri sanno sempre cos’è meglio per me e cosa dovrei fare e cosa no) “no, -rispondo
imbarazzata-oggi no, non ho soldi.. magari domani.”…E invece le vocine insistono..”te li presto io e fatti vedere…esci fuori!!!” .magari proprio il tuo “amore” che vedi una volta a settimana e stai attenta a nascondere “tutti i peli nell’ uovo” prima che li scopra da solo e si allontani a gambe levate.
Ci vedo due figure Cristiano, anzi una mi sembra l’ ombra dell’altra. L’ombra è più lunga e non si riesce a nascondere e ti segue anzi ti sovrasta. L’ombra è l’ammasso di peli è ciò che vogliamo nascondere, che ci stritola (ma dalla tua ombra non scappi fino a che non la abbracci). Quand’ero giovane mi raccontarono una storia di un tizio con la gobba, questo tizio viveva sulla montagna e non scendeva mai al paese per paura che gli altri vedessero il suo difetto fisico, (la gobba non si nasconde facilmente) ma stava sempre solo, senza cibo ne contatto umano. Cercava di nasconderla ma non ci riusciva … e forse fino a che non te la sai accarezzare tu, lei ti è nemica.
Ma è parte di te..e non si può considerare una parte di se come “male”…forse…
E però sai che c’è Cristiano? Che forse è un abbraccio perché sul volto della donna ci intravedo un sorriso.
E allora ci vedo due corpi, due persone fuse insieme l ‘Amore grazie al quale nonostante “i peli” uno ti ama
E quel qualcuno ti abbraccia e ti stringe e ti lega a se … e anche facendo due strade diverse si arriva allo stesso punto e si forma il triangolo: il divino.
Certo il serpente lo vedo Cristiano … sembra sia pronto ad attaccare ma si allontana di fronte alla loro perfezione. C è un ostrica all’apice del triangolo, rara, preziosa come loro: due entità che si fondono incuranti dei peli delle gobbe degli aculei di ognuno delle imperfezioni e continuano e dialogano in un abbraccio infinito … che
può essere con un’altra entità o con se stessi, l’ombra che non si è mai accettata.
C è un mondo, fuori dal loro abbraccio, quasi aggressivo, pericoloso, ansiante, ansimante, ma non li disturba, non li tocca e non sono più peli ma è qualcosa che più li circonda più li unisce, più li ravvicina, più li amalgama L’attenzione maggiore forse è in questo momento che deve impossessarsi di noi perché la perfezione va curata,
nutrita, creduta, amata.. amore per la propria perfezione perché essere “uno”, un intero, non è automatico, ma ce la si fa. ce l’ho fatta io. Lo possono fare tutti. Siamo nati per essere felici, non c è altro motivo per questa esistenza.


GRUPPO M.E.P.
Pagina 86


DAVIDE CORTESE
Pagina 58

Sono ad un tempo
cavallo e cavaliere.
Eccomi: inestinto centauro.
Icona di nudo mistero.
Sono qui,
stringo il mio arco istoriato.

Dal ciglio del precipizio
percorro con lo sguardo
lande bruciate dal sole meridiano.
Sento uno stelo tacermi la tua sete.
Sorrido nella luce.
Ho sette fulmini nella faretra.


LEILA BAHLOURI
Pagina 94


EMANUELE MAROCCO
Pagina 100


MARCO CASOLINO
Pagina 60


INANNA TRILLIS
Pagina 30


GIULIO VACCARO
Pagina 72

Sento che muoio,
che brucio,
che quest’aria m’affoga.
Sento le mani della straniera sopra il collo.
So che la straniera mi ama nell’agonia
e nell’ora della supplica
e che per questo mi vuole da morto.
La testa è contro il suo seno
dall’odore atroce
e l’anima appesa appena al suo labbro.
Basta un suo capriccio e io sono dentro
questa strada di grida e di silenzio
che ogni giorno di più si spalanca.
Sono il figlio di una nazione straniera
che è la femmina,
che ha odore di pelle strinata
nel vento caldo o nel sole polveroso,
che ha odore di seni scoperti.
Lei mi ama solo da morto
o da sofferente,
si compiace solo nella mia agonia estrema.
Di latte crudo sono per me le foglie.
della pianta materna,
come il cardo è la sua lingua
che carezza
la sete di labbra maschili.
Questa è la mia nazione,
da un simile mare io provengo,
da un sole color della comiola:
Sono figlio della murena
stella
africana
caucasica
vergine
puttana
morte
vita
ladra
lupa
serva
regina
luna
amata
cagna
assassina
madre
figlia

Il cuore affaticato è un orologio rotto.
Quando lei si nutre del mio bacio
il mio corpo si assottiglia e si ammala.
Ma io muoio da contento
in questo luogo assurdo
che è il suo occhio,
in questo lungo sordo e vuoto
che è il suo inguine ed il suo tallone.
Sento che muoio,
che bucio,
che quest’aria m’affoga.
Sento le mani della straniea sopra il collo.
Sento l’acqua che affiora in ogni cosa
in ogni pensamento e che m’affoga,
il respiro che s’inquina di morte ed ansia
nella vertigine. Sento il corpo
del padre e della madre che si assemblano
in uno strano profilo
d’acqua e di scoglio.
Eccomi, vicino al grande mistero
della morte, della larga notte femminea,
gli occhi conficcati nel cielo
delle stelle purpuree;
là, nel grembo della galassia sta una donna
coperta di figli ai capezzoli.
Eccomi, la porta rossa
come un rosso corallo, s’apre.
Un fuoco dolce
risplende dietro il grande occhio che s’apre
come una fica di pioggia e d’erba.
Esondando le rive, tutto ricopre
quest’acqua. Viene su, risale i greti
ribollendo, l’acqua fattrice
ed oggi, un giorno ancora,
sterminatice.
Ma questa morte è lenta di bellezza,
e viene dalle acque materne, bianche
di sali e d’orrore. Ma pure è una pace
morire come in un parto.
Ed un grande corpo femmineo si spalanca
e questa atrocità di morire è silenziosa,
pacifica, come una buona gestazione.
Madre, io sono tuo, felice ed umido
del tuo calore e della tua furia.
Io muoio, e finalmente sono consolato.
Ecco da ultimo viene un respiro
come di marea.


MARTA PESTA
Pagina 54


MARCO LIMITI
Pagina 34


GIANLUCA SECCO VOCE
Pagina 76


MARIAELENA MASETTI ZANNINI
Pagina 32


GIORGIO CAPOGROSSI
Pagina 62


MADAME DECADENT
Pagina 72


ELISA DI CRISTOFARO
Pagina 20


I CARDIOPATICI
LUIGI ANNIBALDI – PAOLO BATTISTA – DANIELE CASOLINO – ILARIA PALOMBA
Pagine miste

REBELPOEM
Dov’eri mentre spaccavamo i silenzi nelle paludi del senso? Gli occhi tuoi nell’oceano a percorrere la schiuma.
E il rumore della risacca alto e sferzante nell’immensità piena di corpi caduti. Di battaglie dimenticate. In nome di divinità a me ignote.
Ero sul monte delle inerzie a guardare conigli scappare dai recinti. Questa palude non la sopporto e mi crescono le orecchie e manca ancora un dente per essere libero e saltare anch’io sotto questo sistema a ruote cingolate.
Sono alla ricerca della mia divinità, la mia immensità, la carota delle carote.
Coniglio pavido spaventato dal mondo rimango recintato tra le lettere t ed u e non c’è spazio là dentro, non un interstizio per apporvi altro, neanche una virgola, figuriamoci poi un punto interrogativo. Perdo il pelo e ne faccio un vizio, creando il mio cappotto di lapin dove scaldare ogni rigore nel morbido di un passato squoiato, sguajato. Guaito i miei lamenti nell’odore di terra, guaio io di me stesso e null’altro null’altro che puzzo d’ansia e smarrimento. nudo e terribilmente sveglio mi aggiro tra le briciole della noia sforzandomi di cercare parole nel disordine cosmico del mio cervello quando i carri armati avanzano e schiacciano,
avanzano e schiacciano, e la parola non ha senso. e il tempo non ha senso…il tempo – è un urlo sguajato che non ha tempo.
Guardo immagini distanti attraverso freddi schermi privi di sostanza. E c’è guerra e morte. Corpi che potrebbero essere il mio. Non lo sono soltanto per un paradosso geografico. Ora, sola, stretta in spesse pareti di illusioni.
Chi sono io? Perché non sono lì, a morire, come i corpi umani che vedo sgretolarsi sulla striscia di Gaza? Ora, nel divenire-meccanico di questa nebbia, questa pelle e questo gelo, vorrei aprire le labbra alla morte e strapparle via la lingua.
E invece urla, la morte; urla con la lingua di fuori, come il cavallo riverso di Guernica come le madri urlanti con le braccia al cielo per le braccia a terra, le gambe a terra, i corpi a terra, i figli a terra/ per tutte le innumerevoli volte che l’orrore deflagra dell’abominia umana, bestia tra le bestie, belva senza tregua
E i cani abbaiano. Li sento anche nei miei sogni ansiogeni e occhi liquidi da pesce bramosi di sgretolarsi come calcinacci tra le mani. In una fredda alba blu [ antiumana ], dove non batte il sole, dove non batte il cuore, il linguaggio sta morendo, l’umanità sta morendo. E noi incapaci di fare quello che dobbiamo soffriamo in silenzio
come cani che si mordono la coda. la salvezza è lontana.
Mi fermo. Sento in lontananza. Stanno arrivando. Non so ancora come sono fatti, perché finora li ho solo sentiti. Ho però una visione: centinaia di carri armati pezzati di marche commerciali come macchine da formula1 che mi circondano e sparano su di me prima detersivi e saponi Coccolino! Omo! Bio Presto! Svelto! Vim! Cif!
Lysoform! Surf! Lux! Dove! Rexona! e poi BOM con i dentifrici e spazzolini Gibbs! Durban’s! Benefit! Loseup! Pepsodent! Mentadent! E poi mi sparano le creme che sponsorizzano sulle fiancate Leocrema! Cutex! E poi mirano alla testa con lo shampoo SVUOSH Clear! Elidor! Axe! Denim! Dimension! Dove! Timotei! Cosmetici all’attacco Atkinson! E profumi come proiettili Fabergè! Brut 33! e poi mirano in bocca Milkana! Gradina! Rama! Maya!Althea! E gelati confezionati Algida! Carte d’Or! Eldorado! Magnum! Solero! Sorbetteria di Ranieri! E poi sparano TATATATA Findus! Genepesca! Igloo! E Olio SPLASH Bertolli! Dante! Friol! Maya!
E maionese SPLACH Calvè! Mayò! Top down! E infine gli stessi carri armati mi offrono seppellendomi il te Lipton! TE’ati! È buono qui è buono qui e sono morto.
E’ di metallo, ridacchia l’ultimo mentre io torno di carne e dimentico. Ricordo solo i ricordi, e non le cose di cui i ricordi sono fatti. Ricordo che qualcuno lo disse già ma non so chi sia, ricordo.
E poi riscrivo, risciacquo, reinvento, reinterpreto, ripeto, ripropongo, riparto, si, io riparto, ciao, non mi fermare.
Vedo infrangersi nel mare il volto degli uomini. Loro. Tutti. Vivi e morti. Sono tutti qui. Erano tutti qui. Per sempre lo saranno. Soffia la bora dei tramonti su questa brulla terra senza organi. Ho ripreso in mano la sabbia.
Eppure non la sento. Ho ripreso in mano i colori. Eppure non li vedo. Ora prendo le mani delle donne e degli uomini. Loro non possono vedermi. Invisibile è tutto ciò che sprofonda. Abisso. Io. Di me stessa. Non sono più io né me stessa. Ora sono ovunque e altrove. In ogni brandello di carne. Negli alberi. Negli oceani. Nel freddo delle nevi. Nella cocente luce che tutto sovrasta. Cosa sono? Cosa siamo? Forse era questo l’esistere. Un filo invisibile di corpi. Che tutti li unisce.