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Prometeo, dal mito al disegno

Anni fa fui invitato a partecipare a un progetto espositivo a cura di Romina Guidelli, che coinvolgeva me e altri quattro partecipanti: Matteo Giovannone (ideatore del progetto) e gli artisti Pierpaolo Limongelli, Gianmarco Savioli e Milena Scardigno. L’evento si svolse presso Extra Art Gallery Cafè, una piccola associazione culturale di Roma. Il titolo della mostra era “CAOF: Contributo Acceso Opere Fraintese”. Ognuno dei partecipanti fu invitato a realizzare cinque opere sul mito di Prometeo.
La figura di questo tormentato Titano, è stata immaginata e concretizzata in una serie di cinque disegni dopo una lunga analisi del mito. Infatti, come accade ogni volta che mi si prospetta un nuovo tema, mi documentai accuratamente per scorgere quei punti di contatto in grado di ispirare un’interpretazione che potesse essere coerente con il contesto storico odierno. Credo che il punto di inizio che rende interessante qualsiasi progetto sia uno studio approfondito che permetta di lasciarsi mettere in discussione, cercare dove si può apportare un vero contributo attraverso il quale raccontare qualcosa di nuovo. L’arte in fondo non serve anche a questo: cercare di proporre prospettive inaspettate, o almeno provarci?

Cristiano Quagliozzi “Prometeo - Creazione dell'uomo”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 42 x 30. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo – Creazione dell’uomo”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 42 x 30

Visualizzai immediatamente Prometeo, come la rappresentazione del punto di distacco dell’essere umano dalla sua condizione animale, attraverso la presa di coscienza di sé. L’autoconsapevolezza attraverso cui gli umani si emancipano dal dominio totalizzante alla natura, li costringe proprio per questo a una diversa condizione di subordinazione agli eventi. Ho scorto che l’intelligenza, in questo mito, non è intesa come condizione di libertà, ma come mezzo necessario alla sopravvivenza.
Interessante, nel mito del titano Prometeo (derivazione dal nome “colui che pensa prima”…di agire), è che esso si pone sempre come punto di contatto tra gli stadi più determinanti del racconto mitico come personaggio chiave, così come nella guerra tra gli dei e titani, aiutò Zeus a vincere, divenendo amico degli dei, i quali per ringraziarlo del suo aiuto, gli diedero l’onore di plasmare le creature viventi – quindi mortali – con acqua e fango, dandogli vita con il fuoco sacro.
Gli dei affidarono a Prometeo le qualità da conferire agli esseri viventi, il quale fu assistito dal fratello Epimeteo (tradotto: colui che agisce sbadatamente prima di riflettere) per assolvere questo compito. Quest’ultimo distribuì, con troppa generosità, agli animali difese naturali e attributi che facilitano la capacità di ambientarsi e di procurarsi il cibo, lasciando per ultimi gli esseri umani, una volta giunto ai quali, non ebbe più alcuna risorsa.
Quello che trovo interessante è come il mito greco veda l’evoluzione dell’essere umano come una svista, da parte di una divinità sbadata, con pieghe quasi umoristiche. In suo aiuto è già indispensabile che ci sia un’entità esterna che commetta una frode, qualcosa che vada contro le regole.
La leggenda narra infatti che fu Prometeo stesso a prendersi la responsabilità di questa infrazione, rivelandosi da subito un vero e proprio paladino del genere umano: essendo spinto dalla pietà per gli uomini a risolvere questo grave problema che non gli avrebbe garantito alcuna possibilità di sopravvivenza, rubò ad Atena (dea greca della sapienza, delle arti liberali e militari) lo scrigno dell’intelligenza e della tecnica, perché gli umani potessero riuscire a difendersi e perdurare, divenendo così loro intermediario e protettore.
Zeus non vide di buon occhio che l’essere umano acquisisse tali capacità e, come ci si può immaginare, a questo punto, cominciarono i guai di Prometeo.

Prometeo, la creazione dell’uomo

Michelangelo_Buonarroti.-scimmia-schiavo-morente
Michelangelo Buonarroti “Schiavo morente” (particolare)
Schiavo morente Michelangelo con scimmia abbozzata
Michelangelo Buonarroti “Schiavo morente”

Nel disegno “Prometeo, creazione dell’uomo” (il primo in alto) mi è piaciuto simbolizzare la “condizione umana” in una specie di bambolotto, posto in basso, al centro della composizione. È un artefatto che emula la condizione infantile, che cerca di sembrare qualcos’altro dietro cui nascondersi, appunto una maschera, anch’essa un oggetto che simula un volto umano. Questa condizione di autorappresentazione allontana l’essere umano dalla sua natura, dunque all’ordine naturale dell’evoluzione, è una scimmia infatti a fare da base a una delle due estremità dell’arco in cui è organizzata la composizione. Questa idea mi è stata ispirata da una scultura di Michelangelo Buonarroti, che ho avuto modo di ammirare al Louvre diversi anni fa, lo “schiavo morente” (al lato).
Questo misterioso particolare della scultura di Michelangelo è emblematico della condizione umana e all’eterna domanda sulla questione della libertà.
In questo disegno che interpreta la creazione dell’uomo, ho voluto che la composizione principale contenesse in se, quasi come una frase, un mio flusso libero di pensieri. La scimmia fa da base a una figura maschile nella cui testa è contenuto il fuoco celeste, quella scintilla divina che rende gli umani “superiori” agli animali e dominatore della natura. Sulla calotta cranica fa capolino un ramo che si articola dalla figura antistante, una sorta di albero che assume forme di donna, da cui non nascono solo foglie e frutti, ma anche numeri, simboli e oggetti meccanici e tecnologici. Spesso ho pensato alle invenzioni umane come un prodotto non diretto della natura, in quanto in essa si trovano le materie prime, ma anche perché è attraverso l’osservazione e l’emulazione dei suoi caratteri intrinseci che l’essere umano formula le sue invenzioni, o ne replica la struttura. Per questo che ho voluto porre al centro una generosa sorgente in cui l’essere umano si specchia e si riconosce. Proprio dietro il proprio riflesso ho nascosto il serpente, figura emblematica della narrazione giudaico-cristiana, che ricorre anche nel disegno di cui parlo qui di seguito “Prometeo, affronto a Zeus” (a fianco).

Prometeo, affronto a Zeus

Cristiano Quagliozzi “Prometeo - affronto a Zeus”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo – affronto a Zeus”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

In questo disegno ho voluto interpretare liberamente il mito, nell’episodio in cui si narra che gli uomini vollero fare una gran festa dopo aver catturato un grosso bue. Nel mito Zeus venendo a sapere dell’accaduto volle la sua parte del bue, durante un sacrificio rituale. Prometeo pose innanzi a Zeus l’animale diviso in due parti. In una parte mise le parti più grasse e succulente dell’animale, raccogliendoli nella pelle del ventre, più brutta e scarna, mentre raccolse le ossa sotto un invitante strato di grasso, che immancabilmente Zeus, credendo di fare la parte del leone, scelse, ingannato dall’aspetto.
Mi è piaciuto immaginare la percezione del mondo da parte degli uomini – sia ai tempi del mito, che ai nostri – come un luogo sconosciuto, ma in cui si soggiorna, proprio come dei bambini irrequieti possono percepire l’ufficio di un adulto, in assenza del quale, non ci vuole molto perché questi comincino a metterlo sotto sopra, tirandosi anche pericolosamente degli oggetti inevitabilmente sono destinati a distruggersi, come il telefono lanciato dalla bambina o il computer che capitola disastrosamente a terra. Al centro di questa “festa” è innaffiata una grossa pianta, l’albero della vita in cui il serpente forma con il suo corpo il simbolo dell’infinito. Si tratta dello stesso albero descritto nel disegno precedente “creazione dell’uomo” in cui si combinano e si ripetono gli stessi elementi simbolici. Sulla cima di quest’albero troneggia uno spaventapasseri, come una sorta di monito, ma inutile e debole per la sua funzione.
Il bue scorticato è ben riconoscibile nell’immagine incorniciata dietro al divano, non solo come citazione al mito, ma anche come rappresentazione di un futuro preoccupante. Fuori, dalla finestra spalancata si vede in lontananza un fungo atomico.
Tornando alla nostra leggenda: è facile aspettarsi che Zeus, una volta accortosi del raggiro, si infuriò decidendo di vendicarsi. Sarebbe stato sicuramente meglio per gli uomini lasciare che Zeus prendesse la parte migliore dell’animale, e soprattutto, non beffarsi del re di tutti gli dei. Per vendicarsi Zeus negò il fuoco agli uomini facendoli sprofondare nella miseria e nelle tenebre. Potremmo mai immaginarci una vita senza fuoco? Prometeo vide l’umanità ridursi alla rovina per via del suo intervento, e dovette immediatamente inventarsi qualcosa per rimediare, per non farla soccombere.

Prometeo, furto del fuoco

Cristiano Quagliozzi “Prometeo-furto del fuoco”, inchiostro su Carta nera. Roma 2015 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Prometeo-furto del fuoco”, inchiostro su Carta nera. Roma 2015 cm 30 x 42.

Prometeo si introdusse di nascosto, con l’aiuto di Atena, nella fucina di Efesto (un’altra versione narra che si introdusse furtivamente sul carro di Elio) da dove rubò qualche favilla di fuoco con una torcia, dileguandosi poi per per portarla agli uomini.
Ho voluto interpretare questo frangente del mito del “Furto del fuoco agli dei” (nell’immagine a fianco) come se si trattasse di un gioco di prestigio da parte di un orango. Il primate si sottrae al controllo della natura e a sua volta ne prende il controllo, proprio come un illusionista elude i meccanismi della percezione per ingannare il suo pubblico.
Lo strano scimmione, che per me rappresenta l’uomo, divide in due parti la figura del suo aiutante Prometeo dentro una cassa magica, proprio come farebbe un mago con il suo aiutante, davanti a un pubblico agitato, in cui si riconoscono vari simboli dei disegni precedenti che incarnano dei personaggi.
A destra la stessa maschera che teneva in mano il bambolotto nel primo disegno è rivolta verso di noi invece che verso il palco, (ci invita o ci minaccia?), accanto a lui uno Zeus barbuto guarda verso destra, dove un’aquila cerca di fermare – o incita – un soldato che sta per sparare alla scimmia. Tra questi ultimi due personaggi si trova un vaso, che appartiene alla narrazione successiva: “Il vaso di Pandora”

Prometeo, il vaso di Pandora

Cristiano Quagliozzi “Il vaso di Pandora”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42. 864 euro
Cristiano Quagliozzi “Il vaso di Pandora”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

Sembra che per Prometeo inimicarsi Zeus sia stato uno dei passatempi preferiti, e a una lettura più attenta io ci trovo sempre qualcosa di comico. Prometeo, con suo fratello Epimeteo sono due titani che stanno ai greci come Stanlio e Ollio stanno al cinema del 900. Epimeteo combina disastri, e Prometeo cerca di rimediare peggiorando la situazione. Questo cliché è completato dalla figura di Pandora, la classica bambolona civettuola, curiosa e un po’ maliziosa che rappresenta (o interpreta) la prima donna. La leggenda narra che questa “Eva ellenica” fu un dono fatto da Zeus a Prometeo (e agli uomini), e che fosse il personaggio chiave di un piano ostile. Prometeo, vedendo suo fratello Epimeteo da subito innamorato perdutamente di Pandora, gliela cedette e lasciò che fosse lui a prenderla in moglie. Zeus quindi attuò il suo inganno, donò a Pandora un bellissimo vaso chiuso, ma a una condizione, ovvero di non aprirlo assolutamente e per nessuna ragione. Come ci si può aspettare, Pandora, rispettando fedelmente il copione, non seppe resistere alla sua curiosità e aprì il vaso da cui vennero fuori tutti i mali del mondo: le malattie, il dolore, la fatica, la sofferenza, la morte. Sul fondo restò la speranza.
Nel disegno che interpreta “Il vaso di Pandora” (a fianco) Ho voluto rappresentare Pandora come una Barbie, simbolo contemporaneo della visione maschilista della donna, stereotipo che tiene in una mano la maschera che ricorre nei disegni precedenti, e con l’altra scoperchia il vaso da cui esce un denso fumo che si mischia al fumo delle falliche ciminiere in giacca e cravatta, davanti alle quali discutono di affari due figuri. Produzione e inquinamento sono l’elemento principale di questo disegno, il cranio del bue con cui era stato ingannato Zeus, umiliando la sua immagine divina è poggiato su un terreno arido. L’essere umano, reso miope dalla sua stessa intelligenza, si dirige verso l’autodistruzione. La divinità che sembrava essere stata inevitabilmente sconfitta, dimostra che si trattava solo di un gioco di illusioni. L’essere umano fu privato dal suo Eden allo stesso modo in cui vi furono cacciati Adamo ed Eva, attraverso un inganno. Un inganno da parte di chi? Del serpente che incitò a prendere il frutto proibito, o del dio che aveva posto nel mezzo del giardino l’albero della vita, con la raccomandazione di non mangiarne i frutti? Il gioco dei simbolismi con cui queste allegorie si scambiano i ruoli sul palcoscenico dell’interpretazione trova in questo mito la loro sintesi nell’aquila.

Prometeo incatenato

Cristiano Quagliozzi. "Prometeo incatenato", Inchiostro su carta 30x42, 864euro. Roma 2015
Cristiano Quagliozzi “Prometeo incatenato”, inchiostro su Carta. Roma 2016 cm 30 x 42.

La leggenda narra che Zeus, stanco dei continui affronti di Prometeo decise di dargli una punizione esemplare, e definitiva.
Prometeo fu incatenato ad una roccia su una rupe ai confini della Terra. Ogni giorno un’aquila scendeva dal cielo a divoragli il fegato che ricresceva ogni notte.
Nell’ultimo disegno di questa serie “Prometeo incatenato” (a fianco) non mi sono risparmiato nel dare una rappresentazione eccessiva del rapporto tra potere e sudditanza. Tra Prometeo e l’aquila si svolge un vero e proprio rapporto sessuale, in cui il vaso stesso viene usato come arnese sadomaso, il coinvolgimento delle due figure è palese ed è accompagnato dal pianto delle Oceanine, in basso nel mare. L’aquila incarna il potere, dimostrando la falsità dell’illusione umana di avere sottomesso la natura, di sfuggire alle dinamiche di potere, e quindi il proprio destino.
Mi è piaciuto citare in questo ultimo disegno la performance “HHV” svolta con la scrittrice e performer Ilaria Palomba, presso il Forte San Gallo di Nettuno nel 2015. Nel disegno infatti è ben visibile la testa sorridente e mozzata del mio autoritratto, realizzata in argilla e parte di una scultura di zucchero e pan di spagna, servita al pubblico da Ilaria in occasione della suddetta performance, mentre un registratore declamava ad altissimo volume i suoi versi.
In questa performance l’artista – o meglio: la sua effige – incarnava la vittima sacrificale nel suo ruolo di dipendenza dalla società: il pubblico senza il quale l’artista non esisterebbe. Questa testa ride con follia rassegnata alla sua condizione intermedia tra senso e concretezza, tra intuizione e raziocinio, tra realtà e rappresentazione

Homo Homini Virus. Performance di Ilaria Palomba e cristiano Quagliozzi. Biennale d’arte Shingle22j 2018 Museo D’Arte Diffusa (Mad)
Homo Homini Virur. Performance realizzata con Ilaria Palomba presso il Forte San Gallo. Nettuno
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“Andirivieni” tra le opere finaliste del Premio Apollo Dionisiaco

Domenica 22 Ottobre 2022, presso la Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio, a Roma, si è tenuta la mostra collettiva in occasione della nona edizione del Premio Internazionale di Poesia e Arte Contemporanea Apollo dionisiaco. Una splendida giornata all’insegna della poesia e dell’arte. Durante la cerimonia di premiazione sono state lette le poesie dei poeti partecipanti ed esposte le opere degli artisti tra cui la mia opera “Andirivieni”.
A tutti i partecipanti al concorso sono stati consegnati gli attestati di partecipazione e di riconoscimento al merito, e la critica semiotica ed estetica dell’opera presentata scritta dalla Professoressa Fulvia Minetti.
Vincitori del concorso della sezione poesia: Franco De Luca (primo Premio), Valerio Di Paolo (secondo premio) e Veronica Manghesi (terzo premio). Nella sezione arte sono stati premiati: Benito Maglitto (primo premio), Stefania Fienili (secondo premio) e Simone Tumiati (terzo premio)
Sull’opera “Andirivieni” da professoressa Fulvia Minetti ha scritto “fra l’andare della coscienza e il ritorno dell’inconscio, gli oli onirici del Quagliozzi sono la visione immaginaria delle forze, che muovono l’uomo fra esistere ed essere. La sedia ha la valenza della maschera, della funzione fenomenica del mettersi in scena, la sedia è la lettera “A” del luogo alfabetico, del ruolo di assegnazione di un’identità sociale. È questa la dimensione ritualmente distrutta dal rimosso che ritorna, dal principio di piacere, per lo smarrimento della forma cosciente, per il superamento dell’apparenza. L’essere, oltre la norma sociale, è ricondotto all’essenza istintuale, alla magmatica apertura, che soggiace a ciò che è brevemente elevato in luce. L’apparenza è sottoposta alla provocazione paradossale dell’artista, a rimettere in discussione le effimere vittorie dei punti di vista.”

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L’arte del ritratto

Ritratto di mia madre Stefania. Matita su carta. Roma 2021
Ritratto di mia madre Stefania. Matita su carta. Roma 2021

Il ritratto è stato da sempre un genere che mi ha affascinato. Già da bambino non perdevo occasione per ritrarre i soggetti più a portata di mano: me stesso, mio fratello, mio padre e soprattutto mia madre (accanto in un ritratto abbastanza recente). Per quanto i loro volti nel periodo dell’infanzia mi venissero un po’ sproporzionati, mi affascinava il riuscire a scorgere in questi disegni, non solo un po’ di somiglianza, ma soprattutto qualcosa del loro carattere.
Con gli anni si è arricchito il ventaglio dei miei soggetti, dai compagni di scuola agli amici che frequentavo.
Uno dei divertimenti era anche cercare di ritrarre le persone attraverso il ricordo, in questo esercizio era interessante vedere come mi risultasse molto più facile ritrarre le persone con cui avevo passato più tempo e che conoscevo meglio.
Oppure mi divertiva inventare ritratti, senza un soggetto, e stupirmi nel vedere che veniva fuori un volto con le sue caratteristiche come ad esempio quelli nella galleria di immagini che segue:

“Il volto di un uomo è la sua autobiografia. Il volto di una donna è la sua opera di fantasia.” (Oscar Wilde)

Con gli studi artistici, i ritratti divennero più proporzionati, e, con la pratica, sempre meno “bruttini”, fino a raggiungere una certa facilità e capacità di esprimermi in questo genere, con diverse tecniche: dalla matita e la penna, al carboncino, l’acquarello e la pittura ad acrilico o a olio.
Fu durante gli anni accademici che feci i miei primi ritratti su tela (supporto su cui non avevo mai dipinto prima di iscrivermi in accademia), tra i miei preferiti di questo periodo sono quelli del miei compagni di studi e amici Adriano, che mangia un ghiacciolo; e Cosimo, che disegna nell’aula di anatomia … e il mio autoritratto.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi se lo ricordano)” (Antoine de Saint-Exupéry)

La vera e propria passione per questo genere mi conquistò intorno al 2012, verso i trent’anni. Invitai numerosi amici a farsi ritrarre in dei quadri a olio su tela. Con la pratica raggiunsi molta libertà espressiva, fino a focalizzarmi più sull’esperienza che sulla tecnica. Mi piaceva infatti che in questi ritratti venisse fuori, più che altro, la relazione con il soggetto, scoprendo quello che rappresenta un ritratto per me: non semplicemente un disegno che vuole somigliare al soggetto, ma un vero e proprio incontro tra persone in un momento della loro vita: il pittore e il modello.

“Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. E’ una terra che non ci si stanca mai di esplorare. Non c’è esperienza più grande in uno studio di quella di testimoniare l’espressione di un volto sensibile al misterioso potere dell’ispirazione per vederla animarsi da dentro e poterla trasformare in poesia” (Carl Theodor Dreyer)

A secondo dell’incontro la pittura diventava più pacata o più gestuale, più definita o sintetica. Parte di questi ritratti furono esposti in diversi eventi, come ad esempio la mia mostra personale “Le Madri, tra Oriente e Occidente”, presso l’Ufficio Culturale e Scientifico dell’Ambasciata Araba di Egitto a Roma.

mostra personale "LE MADRI: tra Oriente e Occidente" Ufficio Culturale e Scientifico dell'Ambasciata della Repubblica Araba d'Egitto
Locandina della mostra “Le madri, da Oriente a Occidente”

“Il viso di un essere umano, di regola, dice cose più interessanti di quelle che dice la sua bocca: poiché il viso è il compendio di tutto ciò che la bocca possa mai dire.” (Arthur Schopenhauer)

In questa occasione il giovane curatore e critico Tiziano Tancredi ha scritto:
“Nel greco antico tutte le parole che si riferiscano a piante hanno genere femminile, come a volerne sottolineare in potenza ed in atto la predestinazione naturale affidata loro nella facoltà di procreare.
I ritratti femminili di Cristiano Quagliozzi, tutti realizzati dal vivo a partire da modelle, amiche, conoscenti, allo stesso modo germogliano, emergendo dalla tela, in quella vividi ma velata consapevolezza di future ramificazioni. I dipinti rappresentano una gravosità e una serietà nelle fattezze femminili espresse, che si traduce in un linguaggio pittorico che non riproduce minuziosamente la figura in toto in una definizione realistica di ogni particolare. Da una maggiore indeterminatezza a partire dall’esterno che si esprime in un trattamento dei capelli visibilmente composti da pennellate spesse, infatti chiara è l’intenzione di focalizzarsi sul viso (l’artista indugia raramente in tagli d’immagine che scendano sotto il collo), sui tratti fisiognomici e quindi psicologici della donna. Esemplare il caso di “Valentina”, dove dagli indistinti confini di un intenso ma anche esso indefinito nero perché intaccato da tinte rossastre, affiora il volto plumbeo, sardonico ma al contempo cortese verso lo spettatore. Quella stessa cortesia e delicatezza è espressa nel tenero ripiegarsi su sé stessa dello sguardo di “Ester”, in cui allo stesso modo dominano le tonalità del grigio. Tecnicamente gli esiti di tale pittura sono diversificati: se da un lato si predilige una stesura del colore di tipo più tradizionale mediante l’utilizzo di olio su tela, dall’altro si vira verso un più marcato espressionismo reso con l’acrilico. Questo procedimento si può cogliere in un ritratto più vivacemente policromatico di Fabiola Prato in arte “Nazrit”, compagna di alcune performance dell’artista. In mostra dunque Cristiano Quagliozzi esplorando infinite fisionomie, tratti somatici, e quindi infinite culture, formae mentis provenienti dai più lontani luoghi della terra, in un ideale dialogo trasversale tra Oriente ed Occidente, afferma la condizione universale che le accomuna tutte: quella di donne e di potenziali madri.”

mostra personale "LE MADRI: tra Oriente e Occidente" ancora in corso presso l'Ufficio Culturale e Scientifico dell'Ambasciata della Repubblica Araba d'Egitto sita in via delle Terme di Traiano, Roma. 2014
Presentazione della mostra personale “LE MADRI: tra Oriente e Occidente” tenutasi presso l’Ufficio Culturale e Scientifico dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto sita in via delle Terme di Traiano, Roma. 2014 . Nella foto da sinistra: il critico Tiziano Tancredi, Damiana Ardito, Cristiano Quagliozzi eIl Direttore dell’Ufficio Culturale e Scientifico Egiziano, Prof. Abdelrazek Fawky

Con gli anni ho ricevuto diverse commissioni di ritratti, attraverso le quali mi sono accorto che il ritratto, oltre al valore dell’esperienza artistica, ha anche un altro valore altrettanto rilevante, anzi molto più importante per chi ne fa richiesta. Mi sono accorto che le persone che chiedono un ritratto, confidano sul fatto che un oggetto artistico renda concreta la memoria di un volto nel tempo, o di una ricorrenza di un momento importante.
La pittura diventa un medium il cui intento è celebrare contenuti significativi, come il viso della persona amata o la tenerezza del volto di un bambino, o il ricordo di una persona che si vuole sentire vicino e di cui si vuole tramandare la memoria.
Nei ritratti di coppia si ha la possibilità di rendere eterna l’immagine di un amore, o di una grande amicizia, ma anche di un rapporto tra soci che condividono un’impresa.
I ritratti di gruppo possono essere un documento di una relazione che si consolida nel tempo o la memoria di una famiglia in un evento importante, come un matrimonio o una nascita; il modo per una squadra sportiva per celebrare una vittoria; oppure per i componenti di un’azienda per confermare unione di intenti.
Inoltre un ritratto è uno dei regali più belli che si può donare nelle occasioni più importanti, alle persone amate e agli affetti più vicini.
Il punto di riferimento di questi ritratti è spesso una fotografia, preferibilmente scattata ma me, oppure scelta da un certo numero se non è possibile incontrare il modello.
Di seguito qualche ritratto su commissione:

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“Immobile” una canzone contro la guerra.

Nel 2013 ho avuto modo di conoscere la musica di Gianluca Secco Voce in un festival. Come tutti quelli che hanno avuto la fortuna di assistere a un suo concerto, sono rimasto impressionato dall’energia della sua voce profonda, la sua fisicità teatrale e i suoi testi che rievocano un mondo Kafkiano, concretizzato in un inaspettato utilizzo della pantomima. Le sue sono storie quotidiane di cui è lui stesso il narratore e interprete. I suoi personaggi sono animati in un mondo fatto di situazioni quotidiane spesso grottesche, che stimolano riflessioni sulla società e le sue contraddizioni.
La mia conoscenza di questo grande cantautore coincise con il periodo in cui stavo organizzando la rassegna Pagine Aperte, ispirata dal libro “Quando gli uomini non avevano le ali” a cui lo invitai a partecipare, invito che lui accettò con grande generosità.
Nel tempo non sono mancate occasioni di incontrarci in varie rassegne e festival, anche perché ormai ero divenuto un suo fan, e non perdevo occasione di assistere ai suoi concerti quando suonava nella mia città.

Gianluca Secco Voce
Gianluca Secco Voce nella rassegna Pagine Aperte. Galleria 291 Est. Roma 1 Marzo 2014

Ci si può immaginare quanto mi rese felice la telefonata che mi fece un giorno Gianluca, proponendomi di realizzare la copertina del suo disco/libro “Immobile”, inutile aggiungere che non esitai ad accettare.
Gran parte dei testi già li conoscevo, ma fui soprattutto colpito dal brano “Immobile” da cui mi ispirai per realizzare il disegno di copertina. Mi fu riferito solo in un secondo momento che era anche la canzone che dava il titolo al disco, perché Gianluca non voleva condizionarmi nell’ispirazione.

Cristiano Quagliozzi “Immobile”, inchiostro su Carta. Roma 2014 cm 35 x 27. 744 euro
Cristiano Quagliozzi “Immobile”, inchiostro su carta. Roma 2014 cm 35 x 27.

A distanza di pochi anni questo brano musicale colpisce per la sua attualità, infatti dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la percezione della guerra non è più una lontana anacronistica questione appartenente a mondi culturalmente – e geograficamente – lontani e alla narrazione giornalistica, ma qualcosa che si avverte come vicino, come un evento possibile.
É spaventoso vedere come le immagini di città bombardate, anche se appartenenti a nazioni lontane con culture totalmente diverse, non solo si assomiglino ma si rivelino praticamente identiche, il grigio della polvere rende tutto monocromo, dalle carcasse di automobili, agli oggetti più disparati, catapultati da chissà dove, ai palazzi sventrati dalle bombe.
L’omicidio di un altro essere umano è un atto vile, un’insulto alla vita, sia che accada in un paese in pace che su un campo di battaglia. Quello che colpisce di più di questo brano è la critica ai valori enunciati dalla propaganda “Nazionalista”, per motivare la popolazione verso l’eroico omicidio/suicidio, spingendolo a sparare verso il proprio nemico, per il quale si è nemico per provenienza, perché il caso ha voluto che si nascesse dall’altra parte di un confine. Confine che si sfalda nel tempo futuro di giovanissime generazioni, alle quali non rimane altro che “una bandiera su cui sputare”
Non mi resta che aggiungere un Grazie a Gianluca, e a tutti gli artisti che come lui non si arrendono all’ignoranza del potere e alla superficialità dell’iperproduzione dell’industria culturale, consigliando l’ascolto del suo brano, nel link di seguito

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Invenzione

Nella nicchia di un ricordo ho nascosto il mio giovane volto
per proteggerlo dalla sua stessa natura di carne.
L’ho scolpito nel marmo per non farlo invecchiare,
e poter contemplare come si fa con le lapidi
quel giovane amante che odora di bosco,
la cui forma matura e cambia negli anni,
sbiadisce in un cielo abbozzato,
che non vuole essere più vero
di un sipario di plastica,
di un frutto dimenticato,
di uno sguardo furtivo,
di un pensiero incerto.
Datemi ancora un secondo! Solo uno!
Per poter ancora cantare le sue tormentate prodezze!

Cristiano Quagliozzi

Invenzione, Olio su tela cm 70 x 50. Roma 2021
Cristiano Quagliozzi. Invenzione, Olio su tela cm 70 x 50. Roma 2021
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Sovrappensiero

Vagavo sulle rive dei miei pensieri,
volteggiavo tra rotondità voluminose
riflesse in uno specchio infinito,
sola la mia anima
si muoveva dentro se stessa,
nell’inconsapevole lago in cui tutto galleggia.
Le colline sinuose accarezzavano fluttui lontani
e d’improvviso un tremito estraneo mi ha sorpresa
nuda!
Ciò che era rotondo e morbido d’improvviso si è rivelato
energico e pieno di vitalità.
La mia testa non era più figlia del lago,
spazio vuoto tra le nuvole,
ma involucro terrestre.
Raccolta ancora nei miei sensi, scoprivo quell’attimo di me
del ridestarmi.
Sdraiati con me,
godiamo di questa brezza ancora per un po’,
prima che la concretezza del quotidiano ci separi di nuovo,
e io resti ancora qui ad aspettarti.

Cristiano Quagliozzi

Spvrappensiero
Sovrappensiero: Autore : Cristiano Quagliozzi – Tecnica: pigmenti emulsionati per la pittura a olio su tela preparata artigianalmente dall’autore.- Dimensioni: cm 80 x 70 – Anno di realizzazione: 2021 – Opera unica.

Bozzetti